Nelle profondità della foresta di Olkiuoto (Finlandia) sorge il primo deposito di scorie nucleari a lungo termine. Frutto di un lavoro di circa quarant’anni, che raccoglierà le prime scorie a partire dal 2024.

Onkalo, interno. Credits: Posiva Oy
“Se tutto va bene”, scrive The Atlantic, “Le generazioni future potranno non sapere che (il deposito) è lí.”.
Veduta aerea (2011). Credits: Posiva Oy

Nasce un problema etico: bisogna avvisarle o sigillare le scorie in silenzio, nel sottosuolo?

E, se anche volessimo avvisare, come potremmo farlo? Quali cartelli utilizzare per un umano che nascerà fra 10.000 anni? In tutta probabilità, i posteri non parleranno le nostre lingue. Non ci capiranno.

La semiotica nucleare è un campo di ricerca che studia soluzioni al problema.

Dai preti nucleari alle lune finte

Ad avviare la ricerca fu la Human Interference Task Force – un team multidisciplinare con ingegneri, scienziati, antropologi, scienziati comportamentali e fisici nucleari – nel 1981.

La Task Force si ispirò alla Chiesa Cattolica, che grazie ai ministri del culto ha tramandato la parola di Dio per 2.000 anni. Fu proposta quindi l’istituzione di un “prete nucleare” che tramandasse, di generazione in generazione, tutte le informazioni sul deposito e sulle scorie.

Un’alternativa è la trasmissione in forma orale. Si sa, infatti, antichissime leggende siano giunte fino a noi essendo state raccontate a voce per centinaia, migliaia di anni.

Svariate le altre idee, da lune artificiali contenenti le informazioni e gli avvertimenti, all’inserimento di informazioni di avvertimento nel DNA delle piante attorno al deposito.

In particolare ha fatto scalpore il “gatto radioattivo”. Basandosi sull’ipotesi che l’amicizia fra uomo e felini possa durare per migliaia di anni, è stato un italiano ad ipotizzare l’allevamento di gatti che, se si trovano vicini ad un pericolo radioattivo, cambiano colore del pelo avvisando il padroncino.

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