Il 3 ottobre 2013 a poche miglia dal porto di Lampedusa un naufragio di un’imbarcazione libica ha causato la morte di 368 persone, una delle più gravi catastrofi marittime nel Mediterraneo dall’inizio del XXI secolo.  In occasione del memoriale, il Parlamento Europeo ha invitato la capitana della Sea Watch 3, Carola Rackete, a riferire presso la LIBE (Commissione Libertà Civili, Giustizia e Affari Interni). La capitana ha aperto il suo discorso ricordando proprio questo evento tragico che ha sconvolto l’Europa. E non ha perso occasione per puntare il dito contro l’approccio dei Paesi europei alla crisi migratoria. Non è mancata una dura critica alla delega di alcune operazioni a paesi in guerra, come la Libia, principale porto di partenza dei barconi.

La Rackete contrappone questo approccio fallimentare all’intervento delle ONG, che riaffermano il principio del salvataggio di uomini in mare e soprattutto dello Stato di Diritto. La capitana ricorda il suo primo intervento di salvataggio in mare, nel 2016, in occasione di un naufragio che coinvolgeva anche navi militari.

Una violenza impressa nei ricordi

È chiara nelle sue parole decise l’immagine dei corpi in mare attorno all’imbarcazione che li avrebbe salvati, corpi che si abbracciavano tra loro per darsi forza. È chiaro il ricordo di Martin, suo collega e padre di tre figli, che cullava un bambino in fin di vita. Lì la speranza non li abbandona mai e la voglia di salvare vite è più forte della tragica realtà.

Le operazioni di salvataggio sono durate tutta la notte e all’alba ciò che rimaneva nella mente dei volontari era una sensazione di alienazione. Avevano dovuto legare i corpi perché non affondassero. I corpi senza vita di persone disperate pronte a tutto per un futuro migliore e che proprio in quel futuro avevano trovato la morte più nera. Sono ricordi duri, da cui traspare la violenza dei nostri giorni. E’ una violenza a cui noi siamo ormai assuefatti, ma che queste immagini crude ci riportano alla mente.

Europa e diritti

La Rackete ha visto persone lasciate in mare e persone riportate negli orrori libici da cui erano appena fuggite. Ma nulla di tutto ciò è stato straziante quanto quei 17 giorni di attesa sulla Sea Watch 3. In quell’occasione, l’Europa, madre dei diritti, aveva ritenuto che quelle persone non avessero il diritto di approdare sul suo territorio. Questo caso mostra, ancora una volta, come gli stati membri non siano disposti ad affrontare i problemi dei tempi moderni né tanto meno a dare asilo a chi viene da lontano. Hanno preferito voltare le spalle, hanno preferito ragioni politiche alla vita di 53 persone. Hanno visto una minaccia, non un’imbarcazione con persone esauste e disperate. E così la Sea Watch 3 è stata considerata una minaccia all’ordine pubblico.

“E’ una vergogna, è stata una vergogna osservare questo atteggiamento”, afferma Carola, “le istituzioni mi hanno lasciata sola, i governi hanno eretto un muro nel mare”.

L’Odissea della Sea Watch 3

Una volta scesa dalla nave ormai entrata nel porto la capitana ha ricevuto molte attenzioni da parte delle istituzioni europee. Le stesse istituzioni che quella mattina stessa le avevano detto “no, non c’è posto per voi qui”. Dopo 17 giorni in mare, Carola Rackete afferma di essere stata costretta ad entrare nel porto italiano. Non si trattava di un atto di provocazione, come hanno insinuato alcuni soggetti politici, bensì di una situazione di necessità dei passeggeri e dell’equipaggio.

“ma dove eravate quando abbiamo chiesto aiuto in tutti i modi, attraverso tutti i canali mediatici e diplomatici ? l’unica risposta che abbiamo ottenuto è stata da Tripoli, ove vi sarebbero stati ulteriori abusi sistematici”, afferma con un tono amaro.

La capitana non ha mai avuto paura di essere perseguita dal diritto italiano. Non si tratta di sfrontatezza ma di ciò che era davvero importante: mettere in salvo quelle persone e porre fine a questo scempio. A riprova di ciò, la capitana ha riportato alla Commissione la preoccupazione dell’equipaggio, che avvertiva la disperazione dei migranti, fuggiti dalle loro case e dalle loro famiglie e ora soli in mezzo al mare di fronte al rifiuto e alla chiusura. Molto frequenti, soprattutto negli ultimi due giorni, erano gli atti di autolesionismo e Carola temeva il peggio, quando il suo unico scopo era la missione, sacrosanta, di salvare vite umane. Nessuno l’ha aiutata. Ma Carola Rackete, con coraggio, ha assunto la propria responsabilità come capitano della nave, e ancor prima come essere umano.

Una soluzione per l’Unione Europea

Eppure la soluzione era possibile: il giorno prima del salvataggio 60 città tedesche avevano accettato di accogliere i migranti della Sea Watch 3 in segno di solidarietà. Per Carola la solidarietà è possibile. E proprio la solidarietà è uno dei pilastri su cui si fonda l’Unione Europea: compare ben 35 volte nei Trattati istitutivi, firmati e ratificati da 28 paesi membri.  Ma allora perché quando si tratta di applicare davvero questo valore vi è solo un netto e lugubre rifiuto? Carola Rackete chiede una modifica del sistema di gestione dei migranti, un accordo di ricollocamento sulla base di criteri validi per tutti, corridoi umanitari dalla Libia e una riforma del trattato di Dublino. La soluzione nell‘immediato, però, sarà prevedere vie legali e sicure per raggiungere l’Europa.

Ha ancora due indagini pendenti in Italia, ma non ha paura. Le sue azioni, spiega, sono orientate sulla base del diritto internazionale, dei diritti umani e del senso di umanità. I giudici hanno parlato di adempimento dei propri doveri di capitano, ma la Sea Watch3 non può ancora salpare per riprendere la sua attività.

Una politica migratoria senza giustizia

La capitana non guarda mai negli occhi i parlamentari che le siedono di fronte e pone una domanda retorica: non determina una distorsione della giustizia il fatto che molte imbarcazioni, come accaduto pochi giorni fa, riportano i migranti in Libia, porto non sicuro, determinando una violazione del diritto internazionale e dei diritti umani e passando nell’impunità assoluta, mentre le navi delle ONG se salvano migranti vengono perseguite dalla legge? In breve, punire civili che adempiono alla legge, mentre si tutelano certe pratiche disumane. I comportamenti che violano i diritti umani vengono ammessi, mentre il salvataggio di vite umane viene criminalizzato. Con queste parole dure si chiude il discorso di Carola Rackete. Partono applausi scroscianti con tanto di standing ovation degli europarlamentari e non manca il ringraziamento per il suo impegno del presidente della Commissione, Juan Fernando Lopez Aguilar.

Solidarietà e ipocrisia

A mio parere, la scenetta degli applausi testimonia un atteggiamento ipocrita e del peggior falso buonismo. Quei parlamentari che sedevano di fronte a Carola, che non gli ha mai rivolto lo sguardo, sono complici di quei Paesi che hanno chiuso le porte a quella povera gente e a tutto l’equipaggio della Sea Watch3. Questi politici di professione non sono degni di rappresentare né i cittadini europei né i valori dell’Unione.

E la solidarietà non può essere solo un vuoto vessillo, un vello d’oro da osannare in occasione delle cerimonie solenni. La solidarietà è e deve essere un valore concreto da mettere in pratica ogni giorno nei confronti di chi si trova a dover affrontare difficoltà indicibili. Un grande filosofo, Jurgen Habermas, afferma che la solidarietà è un valore politico che suggella il sodalizio tra  i membri di una comunità politica, a maggior ragione se tale comunità innalza la solidarietà a valore fondante. Rinnegare questo valore, come stiamo facendo da ormai troppo tempo, porterà al disgregarsi del nostro “essere Europei”, ad uno squarcio nelle nostre radici che acuirà la crisi che oggi sta attraversando l’Europa.