Negli ultimi anni non si è parlato d’altro che di immigrazione, di terrorismo, di guerre e di crimini contro l’umanità. Si è discusso molto, anche troppo, ed agito poco. Dibattiti su dibattiti per cercare una soluzione: chiusura dei porti, accordi internazionali segreti e non, addirittura interventi militari per portare pace e democrazia, un paradosso a cui siamo ormai abituati. Ma spesso ci si dimentica di guardare gli eventi dell’ultimo decennio da un punto di vista più largo e generale, anzi più storico. Perché è necessario individuare l’origine di tali eventi per poter trovare la soluzione più adatta.

Sicuramente una delle cause principali è l’instabilità politica che da anni rende i paesi africani al centro dell’attenzione internazionale. Nonostante avvenissero già in precedenza, dal 2011 in poi si è assistito ad un vero e proprio exploit di guerre e migrazioni. Non è un caso, ma anzi è probabilmente il fattore determinante, che il 2011 sia lo stesso anno in cui inizia la cosiddetta “Primavera Araba”. E’ proprio in questo periodo che rivoluzioni civili scoppiano in vari paesi africani, dando inizio ad una stagione di proteste e violenza. Dalla Tunisia alla Siria, passando per Libia e Marocco, in poco tempo i moti si sono diffusi in tutti i paesi del Nord Africa, fino ad arrivare al coinvolgimento dell’intero mondo arabo. Ancora oggi non possiamo individuarne la fine, né definirne i limiti geografici, perché seppur avvenuta nei soli paesi arabi gli effetti si sono avvertiti a livello globale.

Primavera Araba. Circa 20 paesi coinvolti direttamente, un numero incalcolabile di vittime (c’è chi azzarda 140.000) e oltre 20 milioni di manifestanti. Quello della Primavera Araba è probabilmente l’evento più rilevante del nuovo secolo. Non tanto per la sua durata e per i numeri appena citati, quanto per la sua complessità. Se da un lato ha posto fine a regimi totalitari che duravano da decenni, dall’altro ha generato l’inizio di vere e proprie guerre civili, ha favorito la diffusione del terrorismo e portato caos e sofferenza. Nel solo anno 2011 ben 4 capi di stato sono stati obbligati a dimettersi: Ben Ali in Tunisia, Mubarak in Egitto, Gheddafi in Libia e Ali Abdullah Saleh in Yemen. Negli ultimi due casi i dittatori sono stati addirittura uccisi. Nonostante sia evidente la disomogeneità della Primavera Araba, in quanto ogni paese ha una storia a sé, tutte le rivolte condividono gli stessi principi di massa. In primis, le ragioni e gli obiettivi delle proteste: libertà, democrazia, equità sociale. I regimi dittatoriali sono stati identificati come i principali responsabili della corruzione, dell’iniquità economica e la diffusa povertà. Seppur dunque ispirate da nobili ideali, le manifestazioni sono spesso sfociate in violenza, scontri e addirittura guerre civili. Ciò ha dato origine a vari gruppi armati, riesumato vecchie battaglie religiose e soprattutto ha agevolato il proliferarsi dei gruppi terroristici. L’entusiasmo iniziale è stato sempre più sostituito dallo scetticismo. L’infinita ondata di violenza ha danneggiato ancora di più la tenuta economica e sociale dei paesi. Tuttavia nella maggior parte dei casi è stato raggiunto uno dei principali obiettivi, ovvero la democrazia. Ne è un esempio, sia in positivo che in negativo, la Tunisia.

Tunisia. E’ proprio qui che ha origine la Primavera Araba. E se si può individuare una data d’inizio, questa è il 17 dicembre 2010. Davanti la sede del governatorato della città di Sidi Bouzid, Mohamed Bouazizi, giovane commerciante tunisino, si dà fuoco come segno di protesta contro diversi abusi subiti da parte della polizia, tra questi il sequestro illegale della sua merce. La crisi economica globale del 2008 ha duramente colpito anche i paesi nordafricani, tra i quali proprio la Tunisia, causando una forte disoccupazione e un conseguente innalzamento dei prezzi di prima necessità. Il gesto di Bouazizi ha fatto esplodere le proteste in tutto il paese, così come la reazione violenta della polizia di regime: circa 25 vittime tra i manifestanti in soli due giorni, tra l’8 e il 9 settembre. La brutale repressione ha ovviamente scaturito l’effetto opposto, aumentando il numero di civili in strada. Alla fine si conteranno oltre 100 vittime solamente nei primi giorni di rivolta. Tuttavia le proteste avranno l’effetto desiderato: il presidente Zine El Abidine Ben Ali, il 14 gennaio abbandona il paese. A nulla sono valsi i suoi tentativi di placare le ire del popolo, promettendo oltre 300.000 posti di lavoro e nuove elezioni in pochi mesi. Un ruolo fondamentale lo ha però giocato sicuramente l’esercito. Comandato dal popolare Rachid Amar, si è di fatto rifiutato di prendere parte alle repressioni insieme alla polizia, in alcuni casi schierandosi addirittura in difesa dei manifestanti.

Rivoluzione dei gelsomini. Dopo 23 anni dal golpe di Ben Ali, che aveva spodestato Habib Bourghiba instaurando un regime distopico, la Tunisia ha così riconquistato la libertà. Sull’esempio della cosiddetta Rivoluzione dei gelsomini (espressione non amata però dai tunisini), molte proteste sono scoppiate nei paesi più vicini, dando via così alla stagione della Primavera Araba. A quasi nove anni dal suicidio di Bouazizi, tuttavia la situazione non è migliorata. Nonostante persista in modo precario il sistema democratico nato dopo la caduta di Ben Ali, i livelli di disoccupazione e corruzione sono ancora molto alti. La stabilità del paese è tutt’oggi minacciata da gruppi terroristici e dal malcontento generale.  A dicembre dell’anno scorso, a 8 anni dallo stesso identico gesto del commerciante, un giovane cameraman di 32 anni si è dato fuoco come protesta contro la disoccupazione, che ad oggi tra i giovani raggiunge il 35%.Nel 2015 è stato dichiarato lo stato di emergenza e da allora è ancora in vigore.

Oggi. Quando quel 17 dicembre Mohamed Bouazizi decideva di protestare da solo contro il governo di Ben Ali probabilmente non immaginava di dare inizio ad uno dei periodi più discussi e complessi degli ultimi 50 anni. La Tunisia è solo uno dei paesi coinvolti nella Primavera Araba. Come già detto, ogni paese ha una storia sé. In alcuni casi le rivolte hanno portato senza dubbio un miglioramento delle condizioni sociali, ma in altri anche un peggioramento. Ancora oggi in Tunisia, ogni anno il 14 gennaio si festeggia l’abbandono del potere da parte di Ben Ali. Ciò a riprova che nonostante le violenze e la sofferenza che hanno seguito la rivolta, persiste ancora quel sentimento di libertà che ha spinto i primi manifestanti a scendere in strada.