In questo periodo così difficile per il mondo intero, nel quale veniamo investiti da una forza divoratrice che mette a dura prova la nostra specie, siamo spettatori di un film alla Steven Soderbergh. Mentre i negozi chiudono e le strade diventano deserte, il virus mette alla prova il nostro senso del dovere e di appartenenza, in particolare negli Stati meno sviluppati e in quelli dimenticati da Dio. E se nello Yemen neanche questa minaccia comune placa i conflitti, in Israele qualcosa inizia a muoversi, segno di una maturità politica e civile da tempo chiusa nel cassetto.

È Benny Gantz ad aver ottenuto il via libera da parte del presidente Rivlin per formare un governo in una situazione davvero complicata per il Paese, nella quale all’emergenza coronavirus si aggiungono mesi di instabilità politica che hanno portato gli israeliani a votare il 2 Marzo scorso per la terza volta nel giro di un anno. Gantz ha 14 giorni per presentare la lista dei ministri di un governo che vedrà presumibilmente fuori dai giochi per la prima volta dal 2009 Benjamin Netanyahu e invece, dopo 25 anni, la salita al governo dei partiti arabi.

Il leader di Blu e Bianco è infatti riuscito a trovare un accordo con Ayman Odeh, inserito dal Time tra i 100 astri nascenti della politica a livello mondiale e che stando capofila della Joint List (la lista che unisce l’intera rappresentanza araba) è riuscito ad ottenere nelle ultime elezioni 13 seggi, affermandosi come terza forza al Knesset. I 61 seggi necessari per la formazione di un esecutivo però sono stati raggiunti da Gantz grazie a una coalizione larga che conta anche il Partito Laburista Israeliano/Meretz e la figura controversa del leader ultranazionalista Avidgor Lieberman (da sempre in forte attrito con la popolazione araba israeliana).

Cade quindi grossa responsabilità nel prossimo esecutivo che vede una coalizione dalle numerose sfumature che vanno dal blu intenso, passano per un azzurro sbiadito e terminano col rosso scarlatto. Rimane ancora aperta però la possibilità di un entrata al fotofinish del premier uscente Netanyahu e quindi di un governo di unità nazionale. In tal caso questi giorni farebbero davvero la storia di Israele e quella di tutti noi. Sarebbe la dimostrazione che di fronte alle difficoltà insormontabili per il singolo, “l’unità fa la forza” non sia più solo uno detto ma una filosofia da seguire.