Alla fine, è arrivato: si deve parlare di coronavirus in Italia. Dobbiamo ancora capire come sia potuto arrivare, chi sia il paziente zero, quale delle – tante – falle nel sistema di controllo sia stata decisiva. Ad ogni modo, e qualunque sia la causa, abbiamo il coronavirus in Italia.

Quindi cosa dobbiamo fare? Dobbiamo preoccuparci? Bisogna chiudersi in casa? Dobbiamo dare l’estremo saluto ai nostri cari?

La risposta è no. Soprattutto all’ultima domanda. Per la preoccupazione e il chiudersi in casa bisogna rispondere ni.

 

Di sicuro l’arrivo del coronavirus in Italia non è una buona notizia. Non lo è per varie ragioni:

1. Non abbiamo ancora una cura definita per questo virus.
2. Nonostante conosciamo i suoi vecchi amici, la SARS e MERS, non siamo ancora informati sul coronavirus (a proposito, leggete cosa avevamo scritto qua).
3. Il virus resta asintomatico per lungo tempo, rendendo così gli “untori” inconsapevoli.
4. Molte persone hanno violato le misure di sicurezze imposte, mettendo in pericolo intere comunità.

Analizziamo tutto punto per punto.

Le brutte notizie

Non esiste ancora una cura per il coronavirus

Questa è la dura verità. Abbiamo il coronavirus in Italia e non sappiamo come curarlo. Come recita il sito dell’ISS, l‘Istituto Superiore di Sanità, “Non esistono trattamenti specifici per le infezioni causate dai coronavirus e non sono disponibili, al momento, vaccini per proteggersi dal virus”.  Questo vuol dire che “non esistono al momento terapie specifiche, vengono curati i sintomi della malattia (così detta terapia di supporto) in modo da favorire la guarigione, ad esempio fornendo supporto respiratorio.”

In breve, come era stato annunciato dal noto virologo Roberto Burioni negli studi televisivi di Fazio, dovremo cavarcela tentando di arginare la diffusione del virus (e purtroppo non siamo riusciti a impedire l’arrivo del coronavirus in Italia). Per i contagiati, si procederà con l’isolamento e la terapia di supporto, senza poter eliminare il virus stesso alla radice.

Conosciamo la SARS, ma questo non ci aiuta

La SARS (acronimo di Severe acute respiratory syndrome) è l’antenato del Coronavirus, di cui vi avevamo parlato in questo articolo. Anche detta sindrome respiratoria acuta grave (o “severa”), è una forma atipica di polmonite causata dal virus SARS-CoV, apparsa per la prima volta nel 2002 in Cina, in una regione differente da quella in cui è comparso l’attuale coronavirus.

La SARS fu identificata dal medico italiano Carlo Urbani , che morì poi a causa della stessa. La SARS produsse un’epidemia lungo un arco temporale che andò dal novembre 2002 al luglio 2003, provocando 8096 casi e 774 decessi in 17 Paesi (per la maggior parte nella Cina continentale e ad Hong Kong), per un tasso di letalitàossia la percentuale di morti in relazione agli infetti – finale del 9,6%. Dal 2004 non si sono più segnalati altri casi di SARS. Gli scienziati cinesi hanno provato che il virus era stato portato dai pipistrelli comunemente noti come ferri di cavallo, con gli zibetti come vettori intermediari.

Tuttavia, nonostante conosciamo bene gli antenati del coronavirus, non sappiamo come combattere l’attuale virus, dato che nel mezzo c’è stata una mutazione.

 

Una mutazione – a dirla in maniera semplice e comprensibile anche per i non addetti ai lavori – è un cambio della struttura genetica del virus, per pura casualità, che ne cambia le caratteristiche. Questa variazione del DNA può portare a un rafforzamento del virus – maggiore infettività, mortalità, o resistenza farmacologica – oppure può anche ucciderlo.

Ad ogni modo, per passare da un tipo di coronavirus a un altro attraverso una mutazione sono serviti 17 anni. Questo lascia pensare che il coronavirus non sia un virus altamente mutevole.

Il virus resta nascosto, così gli infetti possono contagiare altre persone

Questo è il problema più grosso relativamente al coronavirus. Non siamo ancora riusciti a capire quanto debba essere lungo il periodo di quarantena, vale a dire quel periodo in cui il sospetto infetto debba essere tenuto in isolamento nell’attesa che si manifestino o meno i sintomi, e quindi nell’attesa di capire se sia realmente infetto o meno.

Questa è una delle principali ragioni per cui abbiamo il coronavirus in Italia. Il paziente-zero, ossia colui che ha portato per primo il virus nel nostro Paese, potrebbe non aver manifestato i sintomi del virus per giorni, diffondendolo inconsapevolmente a coloro che gli stavano a fianco.

Anche una volta manifestatosi, i sintomi restano molto affini a quelli di una normale influenza. Per questa ragione, specialmente in periodo invernale, risulta più difficile distinguere i sintomi del coronavirus da quelli dell’influenza stagionale.

Gli infetti non stanno rispettando le misure di sicurezza

Purtroppo noi italiani rimaniamo sempre italiani. Quindi, nonostante il grande allarmismo arrivato con il coronavirus in Italia, c’è ancora chi non rispetta le norme di sicurezza imposte da governo o regioni per evitare un contagio incontrollato.

Un caso è stato quello di un giornalista rientrato dalla Cina eludendo le restrizioni sui voli. Infatti, era stato bloccato l’accesso di qualsiasi volo partito dalla Cina in territorio italiano, per evitare l’arrivo del coronavirus in Italia. Tuttavia, ha fatto scalpore – per la carenza del sistema italiano – la vicenda del giornalista che ha eluso il sistema tornando dalla Cina ma facendo scalo in Laos. Nonostante lui avesse segnalato più volte alle autorità aeroportuali il suo provenire dalla Cina, non è stato controllato.

E mentre le regioni Lombardia e Veneto chiudono gli accessi e le uscite da certe zone, sospendono il campionato di Serie A e tutti gli eventi che potrebbero portare a una diffusione del virus, c’è chi fugge dalle zone a rischio per andare a trovare i parenti. Il protagonista è un 27enne di Codogno – primo paese dove è stato individuato il focolaio – che è scappato per raggiungere la famiglia in Irpinia. Ora tutti i suoi parenti sono in quarantena e non potranno lasciare la loro casa di Montefusco per 14 giorni almeno.

 

Le buone notizie

Il coronavirus ha un basso tasso di letalità

E qua tiriamo tutti un sospiro di sollievo. Ovviamente non possiamo avere ancora dati definitivi, per i quali bisognerà aspettare la fine della pandemia – perché di pandemia si deve ormai parlare. Ad ogni modo, i guariti sono molto di più dei morti, e il tasso di letalità pare aggirarsi intorno allo 0,1-0,3%. Resta alto, ma è comunque infimo rispetto all’allarmismo che si è venuto a creare con l’arrivo del coronavirus in Italia.

Per di più, il 95% dei pazienti guarisce senza complicazioni gravi e l’80% presenta solo sintomi lievi, esattamente come fosse una normale influenza.

Chi fosse particolarmente preoccupato può andare a consultare i dati sulla mortalità negli incidenti automobilistici. Spoiler: sono molto più alti. Secondo spoiler: non credo che qualcuno smetterà di usare l’automobile per queste ragioni.

Abbiamo superato malattie peggiori

Come dicevamo prima, negli anni recenti abbiamo visto malattie molto più pericolose e molto più infettive. Il caso più eclatante è stato quello dell’Ebola. Il virus Ebola causa una febbre emorragica, con sintomi che si manifestano da due giorni a tre settimane dopo aver contratto il virus. Febbre, orecchie tappate, cefalea (cioè mal di testa), dolori muscolari e mal di gola sono la prova che si ha contatto il virus Ebola. Il problema sono le conseguenze nei giorni successivi: nausea, vomito, diarrea, fino ad arrivare a emorragie, interne ed esterne. Non c’è una terapia specifica e il tasso di mortalità è tra il 50 e il 70%. Ricordate le foto dei medici dentro alle tute, immagini da realtà distopica: ecco, ora potete capirne la ragione.

 

La più grande epidemia di Ebola è stata nel 2014, e ha visto 1975 casi e 1069 morti, nonostante un enorme intervento di tutta la comunità internazionale per isolare i malati. Ora la situazione è sotto controllo, nonostante l’epidemia non sia ancora estinta. Onestamente, sarebbe molto più pericoloso – per noi italiani – un caso di Ebola, per esempio, in Francia, di uno di coronavirus in Italia.

Altra buona notizia è che abbiamo isolato il virus

Ha fatto scalpore la notizia delle tre ricercatrici italiane – dello Spallanzani di Roma – capaci di isolare il virus. Ciò che non è stato detto è che in realtà un sacco di altre nazioni avevano già isolato il virus prima di noi, soltanto che non era stato diffuso, probabilmente per gli interesi delle case farmaceutiche a brevettare una cura. E poi, parte della notizia era che una delle ricercatrici era precaria, e quindi era la prova di quanto fosse ingiusto il nostro sistema che non dà un contratto a tempo inderminato a chi lo meriterebbe. Per la cronaca: la ricercatrice precaria è stata poi assunta con un contratto a tempo indeterminato.

Al di là di questo, perché aver isolato il coronavirus è una buona notizia? Come dichiarato dalla nostra biologa Maddalena Tibone, isolare un virus vuol dire individuare e sequenziare l’RNA del virus e capire quali proteine può produrre. Quindi significa capire come il virus sta attaccando il corpo e le difese immunitarie.

Pertanto, è il primo, necessario e fondamentale, step per individuare una cura. La ricerca di una cura può durare molto tempo, ma aver compiuto questo primo passo è una buona notizia.

Abbiamo un alto livello di allarme, quindi si reagisce in fretta

Questa buona notizia è di carattere politico e mediatico. La risonanza avuta dal virus è altissima, e ciò ha portato a una grande mobilitazione della comunità internazionale per combatterlo. Sebbene ci siano state delle falle nel sistema di isolamento dei malati, tuttavia le modalità di rilevazione del virus (mediante tampone) funzionano e vengono utilizzate ampiamente.

Si spera quindi, vista la rapida e incisiva attivazione da parte del mondo scientifico e medico, che si possa limitare la diffusione o addirittura che si possa trovare una cura rapidamente.

Conclusioni

Ma quindi dobbiamo avere paura?

La risposta è no. Non c’è ragione di temere una scomparsa dell’umanità dalla Terra soltanto perché esiste questo virus. E l’arrivo del coronavirus in Italia non deve produrre un’emergenza.

Al tempo stesso, non bisogna sottovalutare la situazione e rispettare le misure di sicurezza e le precauzioni suggerite dalle autorità.

A tal proposito, vi lasciamo il link del sito del Ministero della Salute dedicato al nuovo coronavirus: potete trovarlo qui.

In caso di dubbi, domande od osservazioni, potete contattarci a [email protected]