“Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere”, si diceva in un celebre film. Come se non bastasse un’epidemia, un altro problema di ordine sociale piomba sulle spalle del nostro fragile paese. Questa volta arriva direttamente dalle carceri: oltre venti rivolte in tutta Italia, alcune non ancora sedate. Da Modena a Foggia, passando anche per Roma e Milano, i tumulti si sono diffusi rapidamente. I detenuti chiedono sicurezza, denunciano le carenze sanitarie, sostengono che il sistema sia inadeguato per un’eventuale epidemia. A scatenare l’ira dei rivoltosi sarebbe stata soprattutto la scelta di bloccare i colloqui, originariamente attuata proprio per ridurre al minimo il rischio di contagio. Ma quello delle carceri non è sicuramente un problema recente. Non è un caso che al primo vero momento di difficoltà degli ultimi anni del nostro paese quello delle carceri sia, insieme alla sanità, il primo sistema a vacillare. E il coronavirus è solo l’ultimo dei colpevoli.

La protesta più dura ha coinvolto il carcere Sant’Anna di Modena. Ad oggi sono ben 9 le vittime della rivolta, tutti detenuti, mentre altri 6 sono in prognosi riservata. I corpi non presenterebbero lesioni e ciò escluderebbe aggressioni tra carcerati, ma la polizia penitenziaria non esclude ancora questa ipotesi.

Al momento la causa delle morti è attribuita all’abuso di psicofarmaci. La rivolta si sarebbe scatenata all’apertura dei cancelli, prevista dalla cosiddetta “sorveglianza dinamica”, una pratica da anni criticata dal Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria.  Essa prevede il libero spostamento dei detenuti in determinate aree della struttura. In poco tempo la rivolta ha costretto gli agenti di guardia ad uscire nel cortile, dove, supportati dalle forze antisommossa, hanno intrapreso un assedio all’edificio, ormai sotto il controllo dei “ribelli”. Questi ultimi infatti sono riusciti ad entrare in reparti a loro vietati come armeria e soprattutto infermeria. Proprio qui le diverse vittime avrebbero assunto psicofarmaci, sofferenti per l’astinenza dalle droghe. Il carcere è tornato dopo alcune ore sotto il controllo della polizia penitenziaria, i quali hanno potuto solamente constatare gli ingenti danni all’edificio, che probabilmente porteranno alla chiusura temporanea dello stesso e il conseguente trasferimento dei detenuti.

Ma numerose rivolte si sono scatenate in tutta Italia. Al San Vittore di Milano alcuni detenuti sono riusciti a salire sul tetto al grido di “libertà” e “indulto”. A Pavia due agenti della polizia penitenziaria sono stati presi e tenuti in ostaggio per ore. Al carcere della Dozza a Bologna durante la notte tra lunedì e martedì sono state incendiate quattro auto delle forze dell’ordine, oltre a materassi e lenzuola. Si contano altre tre vittime a Rieti, anch’esse ufficialmente dovute ad abuso di farmaci. A questi si aggiungono cinque detenuti ricoverati, di cui uno in rianimazione. Le proteste sono dilagate anche nel profondo sud, a Palermo e Siracusa, così come a Brindisi e in altre città pugliesi. A Melfi nove ostaggi, tra cui cinque operatori sanitari, sono stati rilasciati nella notte. In generale la situazione si è risolta in modo calmo, nonostante incendi e danni alle strutture. Il Sappe ha precisato inoltre che molti detenuti si sono opposti alle rivolte e non hanno dunque preso parte.

Ben più grave la situazione al carcere di Foggia. Dopo gli scontri in mattinata quasi 80 detenuti sono riusciti ad evadere con scene, riprese anche da filmati divenuti virali, al limite dell’anarchia. I fuggitivi hanno infatti assaltato alcune macchine in transito, oltre a rubare quelle parcheggiate. Degli evasi una ventina ha fatto ritorno in carcere autonomamente, dei restanti 33 circa 11 sono stati catturati durante la notte dalle forze dell’ordine, mentre restano tuttora latitanti 22 detenuti. La situazione si aggrava se si considera che tra questi potrebbero esserci elementi di spicco della mafia pugliese. Gli agenti sono riusciti a placare la rivolta, ma è ancora in atto la ricerca degli evasi in tutta la regione. Altre rivolte sono ancora in corso in tutta Italia.

Il Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria, ha mostrato tutta la sua preoccupazione per la situazione critica nella maggior parte degli istituti penitenziari della penisola. Ha inoltre duramente criticato la gestione politica del sistema carcere degli ultimi anni. I continui tagli al personale sono stati accompagnati da una progressiva crescita dei detenuti, determinando un generale sovraffollamento delle strutture.

Sono circa diecimila i detenuti in più rispetto ai posti letto, con il tasso di sovraffollamento che raggiunge il 120%. In determinate condizioni è impossibile rispettare le direttive del governo riguardo le misure anticoronavirus. Questa sarebbe la causa che avrebbe originato i tumulti. La soluzione al problema dell’affollamento potrebbe essere l’attuazione di alcune misure già adottate in passato, come ad esempio l’indulto. Questo è oggi richiesto dagli stessi detenuti e dalle associazioni in difesa dei diritti dei carcerati. Esso prevede la scarcerazione dei reclusi con a carico i cosiddetti reati minori e dunque con pochi mesi rimasti da scontare. L’indulto potrebbe essere esteso anche a coloro a cui restano uno o due anni di prigione, ma in tal caso non sarebbe prevista la libertà totale, bensì il trasferimento agli arresti domiciliari. Tuttavia il ministro della giustizia Bonafede sembra aver escluso al momento questa possibilità.

Il sistema delle carceri vive dunque un momento di crisi. Non dovuto però all’epidemia che sta fermando il nostro paese. La crisi è in atto già da anni e oggi rischia di collassare. Nel 2010 il governo aveva previsto oltre 700 milioni per rinforzare strutture e organico, con oltre 2000 nuovi agenti di polizia penitenziaria. A distanza di anni solo il 10% del budget complessivo è stato speso, mentre l’organico, in seguito anche alla legge Madia, si è ulteriormente ridotto di circa 5000 unità. Per sopperire alla mancanza di agenti il governo nel 2014 ha proposto la già citata vigilanza dinamica, che prevedeva forme alternative di detenzione e l’impiego dei detenuti in attività lavorative e ricreative, seguiti dai cosiddetti “educatori”. Di questi però ne sono stati assunti molto meno di quanti ne servissero e ad oggi si conta solamente un educatore ogni 67 detenuti. Numeri simili anche per il rapporto tra agenti e detenuti. A riprova che il coronavirus è probabilmente l’ultimo dei colpevoli.