Non sono state le 10.000 vittime a ricordare all’Occidente l’esistenza di una guerra sul Golfo Persico. Né le 22 milioni di persone ridotte alla fame a causa della guerra “civile” cominciata in Yemen nel 2015. E’ stato un attentato a due impianti petroliferi in Arabia Saudita a riaccendere la luce sul conflitto. Qui fino ad oggi un colpevole silenzio generale ha aiutato a nascondere disumanità e violenza inaudita.

L’attentato

Nella notte tra il 14 e il 15 settembre, in Arabia Saudita, circa 10 droni hanno bombardato due dei più grandi impianti petroliferi del mondo, quello di Buqyak e quello di Khurais. L’attentato, oltre a causare un grave danno economico a livello mondiale, potrebbe diventare il casus belli di una nuova (relativamente parlando) guerra in medio oriente. L’attacco è stato subito rivendicato dai ribelli Houthi dello Yemen, gruppo strettamente legato all’Iran. Proprio la repubblica islamica è ritenuta dai principi arabi la responsabile indiretta degli attacchi. E’ dello stesso pensiero anche Donald Trump, furioso dopo l’attentato, che ha minacciato apertamente l’Iran e ha preparato uno schieramento di truppe “a difesa degli impianti”. Il presidente degli Stati Uniti, già sostenitore dell’Arabia Saudita nella guerra in Yemen, è sceso in campo a tutela, soprattutto, degli affari economici globali.

Secondo le prime stime del ministro dell’Energia saudita, il paese perderà la produzione di circa 5,7 milioni di barili al giorno, generando così una reazione a catena che interesserà direttamente anche l’Occidente. L’effetto principale è un rilevante rialzo dei prezzi del greggio. Già nella giornata successiva si è assistito al maggior rialzo giornaliero di sempre, con il Brent (una varietà di petrolio) che ha raggiunto perfino un +18%.

La guerra dello Yemen

Gli attriti tra Arabia Saudita e Iran non sono certamente recenti. I due paesi sono i principali responsabili della guerra yemenita. Ma se i sauditi hanno un ruolo più diretto nel conflitto, essendo a capo di un gruppo formato con altri otto paesi arabi, l’Iran agisce indirettamente, supportando vari gruppi civili, in primis i ribelli sciiti. Proprio tra questi si inseriscono gli Houthi, gli esecutori ufficiali dell’attentato agli stabilimenti petroliferi. Dal 2015, anno in cui l’Arabia decise di intervenire militarmente in Yemen, la situazione è andata sempre più peggiorando, con una risoluzione del conflitto che sembra allontanarsi. L’ostinata difesa dei ribelli Houthi ha messo in grande difficoltà Mohammed Bin Salmann, principale leader saudita, e il recente annuncio di abbandono del conflitto da parte degli alleati più potenti dopo gli Usa, ovvero gli Emirati Arabi Uniti, ha reso ancora più incerta la sua posizione.

Se nei mesi precedenti, tuttavia, gli attacchi dei ribelli in Arabia erano stati leggeri e poco incisivi, di certo l’attacco agli stabilimenti crea un precedente rilevante e mette in allerta non solo il paese saudita, ma anche le altre nazioni coinvolte: i ribelli si stanno evolvendo, sperimentano nuove tecnologie e diventano sempre più pericolosi. Proprio per questo motivo si è ritenuto necessario l’intervento diretto degli alleati più potenti: gli Usa.

L’incognita USA

Mohammed Bin Salmann, dunque, non ha alcuna intenzione di fermarsi, nonostante una guerra in corso che sembra avviarsi al fallimento. Una mancanza di opposizione all’interno del paese sicuramente aiuta il leader saudita, il quale fa leva anche sul crescente astio del popolo verso l’Iran. Ma con l’intervento diretto degli Usa la situazione potrebbe anche giungere ad un punto di svolta, che sia esso positivo o negativo. Da vedere se le minacce di Donald Trump avranno seguito o semplicemente allungheranno la lista di avvertimenti verbali fatti dal presidente americano.

Non si è lasciato comunque intimorire Hassan Rouhani, presidente della repubblica islamica dell’Iran. Pur rilanciando l’idea del “piano Rouhani”, che prevede un tentativo di dialogo tra le maggiori potenze coinvolte dalla guerra (comprese Usa, Russia e Cina), ha reagito duramente alle minacce americane. Rivolgendosi in modo indiretto al paese guidato da Trump ha dichiarato che “forze esterne al conflitto, con il pretesto della sicurezza, hanno portato al contrario solo insicurezza e disgrazie” e che “risponderanno ad ogni aggressione”. Se fino a qualche mese fa le minacce dei Pasdaran, il braccio armato iraniano, potevano passare inosservate, dopo le recenti vittorie militari verranno probabilmente prese in maggiore considerazione.  Da capire inoltre se le altre potenze occidentali, in primis quelle europee, ma anche potenze come Russia e Cina, resteranno a guardare.

Una nuova prospettiva

Forse non tutti i mali vengono per nuocere. L’attentato agli stabilimenti ha causato una perdita economica rilevante e un danno ai mercati globali, ma potrebbe essere anche un punto di svolta per la guerra. Che il “Piano Rouhani” sia solo un tentativo propagandistico di ottenere il consenso dell’opinione pubblica non possiamo saperlo con certezza. Ciò che però è evidente è l’esigenza di un piano simile a quello ideato dal presidente iraniano, che coinvolga le varie potenze mondiali. Ciò è fondamentale affinché si eviti ogni possibile guerra, soprattutto tra paesi che hanno trascorsi nucleari nella propria storia. Guerra che, per quanto limitata geograficamente, potrebbe trasformarsi nella miccia di uno scontro più grande, fino a raggiungere un livello globale.

Al di là di tali potesi, si spera che l’attentato possa rappresentare un punto di svolta anche semplicemente per la guerra in Yemen. Una guerra che, secondo l’Onu, è la più grande crisi umanitaria del nostro mondo, ma che, paradossalmente, viene spesso dimenticata.