I roaring twenties del nuovo millennio sono iniziati in maniera decisamente poco rassicurante. Il presidente Trump infatti, nelle ultime settimane del 2019 ha minacciato addirittura, se ritenuto necessario, l’uso del nucleare per porre fine alle controversie con l’Iran. La Casa Bianca ha più volte ripetuto che, se si fosse sentita minacciata, non avrebbe esitato a rispondere in maniera anche sproporzionata alle minacce di Teheran. Ebbene sì, l’ipotesi di un conflitto nucleare, anche nel 2020, potrebbe essere meno utopistica di quanto si pensi.

Un po’ di storia

Dal 1945 in avanti, dopo lo scoppio del primo ordigno atomico, molte tra le grandi potenze militari vollero dotarsi di quest’arma così potente e così distruttiva.

Nel 1970, il numero totale delle testate nucleari presenti sulla terra era di 38.000. Nel 1986 questo numero toccò il suo punto massimo arrivando a 69.440. Quest’ultimo numero è ancora più incredibile se si considera che poco più di 40.000 bombe erano in mano all’URSS e una cifra intorno a 25.000 era in mano agli USA.

Da un punto di vista prettamente storico, questi dati trovano il loro senso solo se inquadrati nell’assetto bipolare di quegli anni. Questo era caratterizzato dalla contrapposizione del blocco Sovietico a quello americano in un clima di totale politica di potenza. Consapevoli che ciò che stava accadendo avrebbe potuto portare ad un disastro, ma senza concedere niente ai rispettivi avversari, nel 1968 venne firmato da USA, URSS e Regno Unito, il “trattato di non proliferazione nucleare”. Vietava ai paesi “non nucleari” di procurarsi armi atomiche e ai paesi “nucleari” di trasferire a chicchessia armamenti, tecnologie e conoscenza relativa all’impiego militare di tali armamenti.

In poche parole, dall’alto delle loro decine di migliaia di bombe atomiche, USA e URSS si impegnavano a non costruirne più e a non insegnare a nessuno a farlo. Al trattato aderirono: Corea del Nord nel 1985 (si ritirò poi nel 2003), Francia e Cina nel ’92 e altri 192 paesi che però, tutti insieme, non possedevano nemmeno il totale delle atomiche di Israele, che non partecipò al trattato e che possedeva un arsenale di 200 ordigni circa. Non aderì il Pakistan con 50 testate e l’India con 90. Dal 1968 in avanti, i detentori dei più grandi arsenali atomici fecero qualche sforzo per ridurre la propria capacità nucleare, senza però arrivare a risultati concreti.

Gli anni recenti

Questa delicata situazione subì un ulteriore mutamento nel 2017 con la stipulazione del “Trattato per la proibizione delle armi nucleari” (TPAN), ovvero il primo trattato internazionale legalmente vincolante per la totale proibizione delle armi atomiche. Il trattato, di tipo “multilaterale aperto”[1], venne aperto alla firma a New York il 20 settembre 2017. Una grande notizia, se solo fosse entrato in vigore. Il trattato, infatti, per acquisire efficacia deve essere firmato e ratificato da almeno cinquanta Stati.

Dei 195 Paesi che avrebbero potuto partecipare formalmente a questo negoziato, 66 Stati con armi nucleari non l’hanno fatto. Tra questi troviamo gli Stati Uniti con 6158 ordigni e la Russia con 6500 ordigni. Poi la Francia (300), l’Inghilterra (200), la Cina (290), Israele (90) e la Corea del Nord (30). Si stima che nel 2019, nel mondo siano presenti 14.000 armi nucleari, di cui 9.500 attive e il resto in attesa di essere disarmato. Il TPAN è ancora lontano dall’essere vincolante e i Paesi con gli arsenali atomici più vasti non hanno nessuna intenzione di aderire.

E il futuro?

Fino a quando l’arma atomica sarà utilizzata come deterrente nella risoluzione delle controversie internazionali, non si otterrà alcun risultato. Anzi, in funzione del “dilemma della sicurezza”[2], molti Paesi potrebbero trovarsi nella scomoda situazione di doversi dotare anch’essi di tali armamenti nell’ipotesi di dover fronteggiare l’ennesima grave crisi internazionale. È ora che i governi nazionali si prendano le loro responsabilità e che collaborino, tramite organismi internazionali, al fine di sviluppare un serio programma di disarmo nucleare.

La portata di un disastro atomico, se anche solo una dei quattordicimila ordigni dovesse finire in mani sbagliate, sarebbe inimmaginabile. Le vittime di tale disastro si conterebbero a centinaia di migliaia e le conseguenze per l’ambiente sarebbero devastanti. La situazione è chiara, i sessantasei stati non firmatari del TPAN non hanno più scuse. È ora di lavorare insieme per un bene superiore e per mettere fine all’era delle armi atomiche, scongiurando così, un’ipotetica catastrofe.

 

Fonti:

https://www.armscontrol.org

https://ourworldindata.org/nuclear-weapons

https://vlaamsvredesinstituut.eu/en/

https://www.nti.org

https://thebulletin.org/

https://www.un.org/disarmament/

 

[1] Trattato multilaterale aperto: secondo la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati (1980), un trattato “multilaterale aperto” è un trattato che permette la libertà entrata/uscita dal medesimo trattato.

[2] Dilemma della sicurezza: Situazione che si innesca nel sistema internazionale in cui gli strumenti impiegati da uno Stato per accrescere la propria sicurezza di norma provocano una riduzione, anche non intenzionale, della sicurezza di altri Stati. Ciò innesca una spirale di insicurezza reciproca che conduce inevitabilmente al conflitto