La disciplina in materia di procedura penale dell’ordinamento italiano prevede la possibilità di basare la condanna sulla confessione di un correo al fatto, anche a distanza di anni, se il giudice lo ritiene sufficiente come mezzo di prova della colpevolezza. Fondare un’intera decisione di condanna, soprattutto in casi in cui la pena comminata è molto alta, su una sola dichiarazione è un alto rischio che il giudice si assume di correre, e che nella storia processuale italiana ha portato più volte a gravi errori giudiziari o presunti tali. Uno dei più discussi nel panorama nazionale è quello che riguarda il caso Sofri, Bompressi e Pietrostefani, esponenti del partito di Lotta Continua, che nel 1988 vennero accusati dell’omicidio del commissario Calabresi.

Quest’ultimo venne ucciso da ignoti nel 1972, dopo la morte del detenuto Pinelli, a seguito di un clima fortemente provocatorio di cui Lotta Continua fu insieme ad altri fautrice. Calabresi fu ritenuto per anni responsabile del misterioso decesso del ferroviere Pinelli precipitato dalla finestra della stanza dove era stato interrogato dopo l’arresto, in quanto sospettato complice delle stragi di Piazza Fontana.

Inizialmente però le indagini non riuscirono a portare alla luce risposte certe sul caso che con il tempo venne archiviato, per essere poi immediatamente riaperto nel 1988 a seguito delle dichiarazioni di Leonardo Marino. A numerosi anni di distanza dal fatto, Marino, si proclamò colpevole ed autore materiale dell’omicidio di Calabresi, accusando insieme a lui anche Bompressi, mentre Sofri e Pietrostefani come autori morali e “menti” del reato.

Essi vennero condannati a 22 anni di reclusione, mentre Marino a 11 anni in base agli sconti di pena per aver collaborato con la giustizia. Iniziò per loro un periodo lungo dodici anni di sentenze e continui mutamenti dell’orientamento della giurisprudenza, costellati da ricorsi, archiviazioni e riaperture di processo. Dal 1997, anno in cui iniziò la reclusione, di loro soltanto Sofri finì per scontare la pena, poiché Bompressi ottenne la sospensione per motivi di salute, mentre Pietrostefani si rifugiò all’estero.

Sofri rimase in carcere fino al 2006, anno in cui fu rilasciato agli arresti domiciliari a causa di problemi di salute e grazie alla liberazione anticipata accumulata negli anni attraverso i bonus per buona condotta e nel 2012 tornò un uomo libero. Sofri si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda, definita da lui stesso talmente ingiusta da non meritare commenti. Non presentò mai domanda di grazia ma la vicenda fu oggetto di ricorso da parte sua davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel ricorso si chiedeva la revisione del processo, denunciando la violazione nei loro confronti del diritto ad un processo equo sancito dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti umani. Nel 2003 la Corte respinse il ricorso perché “irricevibile”, ovvero mancante dei requisiti formali necessari.

Molti gli aspetti della vicenda che per anni continuarono a suscitare perplessità e dubbi, dalle dichiarazioni di Marino che contenevano molte incongruenze su vari punti, dai dettagli descrittivi del giorno dell’omicidio, a indicazioni non coincidenti rispetto alla realtà dei fatti ricostruita dalle indagini, riguardo lo svolgimento dei preparativi del fatto stesso. Dario Fo scrisse addirittura una nota commedia “Marino libero! Marino è innocente!” dove mise in luce le “centoventi bugie” del pentito. Numerose le incongruenze date anche dal fatto che la giustizia in quegli anni fosse legata e influenzata al clima di terrorismo ed erano numerosi i processi archiviati e di dubbio rispetto delle garanzie processuali. Anni in cui i vari poteri si opponevano e contrapponevano tra loro, cercando di imporsi o emergere non sempre riuscendoci, quasi mai senza danni.