Le “fredde elezioni”: così le hanno chiamate. Da circa 100 anni nel Regno Unito non si votava a dicembre. E nonostante ciò, lunghe file si sono formate fuori dalle polling stations, i seggi elettorali d’oltremanica. Conseguenza del periodo in cui viviamo, che col succedersi degli eventi assume sempre più rilevanza storica. Se il voto è stato letteralmente freddo, per via delle basse temperature, sicuramente è stato glaciale per i laburisti di Jeremy Corbyn. Circa 70 seggi persi e il peggior risultato per il partito dal 1935. E’ andata decisamente meglio per Boris Johnson, leader dei conservatori. Una vittoria schiacciante la sua: ottiene infatti la maggioranza assoluta con quasi il doppio dei seggi ottenuti rispetto allo sfidante principale. Ma fredda e superficiale non deve essere la nostra reazione, perché è un voto che ci riguarda in prima persona, non tanto come italiani, ma come europei. Un voto che lancia un messaggio definitivo: che Brexit sia.

 

Hanno vinto i conservatori. Anzi, hanno stravinto. Ogni altro termine sarebbe riduttivo. I Tories conquistano 365 seggi su 600, precisamente 49 in più rispetto alle elezioni del 2017. Vincente dunque la mossa di Boris Johnson, leader del Tory Party, di indire nuove elezioni solamente due anni dopo quelle precedenti. Evitato il rischio di un nuovo hung parliament, un “parlamento sospeso” che avrebbe trascinato il Regno Unito nel caos politico per l’ennesima volta in quattro anni. Dal 2015 si sono tenute infatti ben tre elezioni, un’anarchia istituzionale quasi degna della politica nostrana. Forse proprio questo pericolo, oltre alle incerte posizioni sui temi attuali, hanno causato il crollo del Labour Party. Il partito guidato da Jeremy Corbyn prende 203 seggi, ovvero 59 in meno rispetto alle elezioni del 2017, collezionando il suo peggior risultato dal 1935. Più indietro il partito nazionale della Scozia, che ottiene 48 seggi (+13) e i liberaldemocratici con 11 seggi (-1).

Get Brexit Done. Su questo messaggio Boris Johnson ha costruito la sua vincente compagna elettorale. Dalla celebre notte tra il 23 e il 24 giugno 2016, in cui i risultati ribaltarono gli exit poll del referendum dando la vittoria al leave, nel Regno Unito non si parla d’altro: ma come ufficializzare la Brexit? Mentre il paese assisteva a questa situazione di stallo, con il parlamento “sospeso” incapace di prendere decisioni, un malcontento generale cominciava a diffondersi tra i borghi e le periferie d’oltremanica. Il sistema sanitario è tra i primi ad aver patito questo contesto e di conseguenza ad aver alimentato l’insoddisfazione: virale la foto del bambino malato di polmonite costretto a dormire per terra in ospedale, con lo stesso Boris Johnson finito nella bufera per non aver voluto vedere l’immagine mostratagli da una giornalista. Proprio per questo, secondo gli analisti, l’idea del “get Brexit done” ha convinto anche chi tra i cittadini aveva votato per il “remain”. Assuefatta infatti, dopo tre anni, l’idea di dover lasciare l’Europa, l’intenzione diffusa è quella di mettersi la Brexit alle spalle per potersi concentrare sui problemi reali del paese. E Johnson, a vittoria ormai ottenuta, promette: entro la fine dell’anno il parlamento voterà per ufficializzare l’uscita dall’Unione Europea. Ma anche altri fattori hanno determinato la vittoria del Tory Party. In primis, il proprio leader. Nell’era dei partiti sempre più propensi al leaderismo, Boris Johnson ha monopolizzato i Tories. Da quando ha sconfitto l’ex leader Cameron nessuno è riuscito a contrastarlo. Politico, ma prima di tutto personaggio: il suo doppiofaccismo gli ha garantito i voti di molti (ormai ex) laburisti convinti. Si racconta che a poche ore dal referendum del 2016 fosse indeciso tra il remain e il leave, proprio lui che tenterà di portare a compimento la Brexit. E non sono pochi quelli che sostengono che ad elezioni vinte vedremo il vero volto da moderato di Boris Johnson.

Disfatta. “Avevamo basse aspettative, ma..” Meglio fermarci qui. Ma chiunque navighi sui social ha recepito il messaggio. E non potremmo esprimere meglio ciò che hanno provato gli elettori dei laburisti all’uscita dei primi exit poll. Possiamo definirlo un vero e proprio fallimento quello di Jeremy Corbyn alla guida del Partito Laburista. La sua idea di indirizzare la campagna elettorale ad una sinistra da tanti definita retrograda ha fallito. Tasse, nazionalizzazioni, e distribuzioni delle ricchezze a favore dei lavoratori ma a danno delle imprese: temi inusuali per la sinistra moderna, che hanno spaventato numerosi imprenditori, così come i lavoratori stessi del Regno Unito. Una campagna elettorale forte, forse non quella di cui necessitavano i cittadini in questo momento, essendo già la Brexit un radicale cambiamento da assimilare. Proprio l’argomento Brexit è l’altro punto fondamentale per comprenderne la sconfitta. Se per Johnson era il tema madre della sua campagna elettorale, per Corbyn è stato quasi un elemento fantasma. Il leader dei laburisti non si è mai espresso esplicitamente, non ha mai spiegato i suoi piani per la Brexit post-elezioni. Aveva solamente accennato alla possibilità di un nuovo referendum. Ciò ha confuso i remain e di sicuro non ha convinto i leave, già pienamente rappresentati dai Tories. Nelle regioni del nord, la roccaforte dei laburisti, dove al referendum in alcune località il leave aveva raggiunto il 60%, si è assistito infatti ad una trasfusione di seggi a favore dei conservatori. Ha retto il colpo nelle città, a conferma di quella tendenza che porta tutta la sinistra europea a vincere nelle zone più ricche e lontane dalle periferie (da qui la derivazione di partiti a ZTL).

E dunque Brexit sia. Così ha scelto il popolo. Ma ora cosa accadrà? Difficile dirlo, d’altronde dal referendum del 2016 ne abbiamo viste di tutte e di più. Johnson, ufficializzata tramite il parlamento l’uscita dall’Unione Europea, avrà tempo fino al 31 dicembre 2020 per trovare un accordo con la UE. Entro giugno dovrà comunicare se confermare questa data o prendere altro tempo: in entrambi i casi l’accordo è molto difficile e più si va avanti più prende campo l’ipotesi di una hard brexit. Nel futuro a breve termine il Regno Unito potrebbe uscirne economicamente molto provato e Johnson ne è consapevole. Il nuovo Primo Ministro dovrà smentire il The Guardian, che sostiene sia improbabile la sua idea di Brexit. Dovrà inoltre gestire la questione della Scozia. Nel paese ha ottenuto solo 6 seggi su 59 disponibili, addirittura perdendone 7 rispetto alle elezioni precedenti. Lo Scottish National Party, che ne ha conquistati 48, ora punta ad un proprio referendum, consci della volontà degli scozzesi di rimanere nella Ue. Anche l’Irlanda del Nord votò per il remain e si prepara ad una battaglia contro i conservatori. Si profila così un Regno sempre meno Unito e una difficile Brexit da concludere. Non ci resta che vedere se Boris Johnson sarà in grado di gestire la situazione.