E siamo di nuovo a parlare di razzismo. Questa volta con vergogna. Con vergogna perché non solo la squadra femminile della Juventus ha perso una delle sue giocatrici migliori – Eniola Aluko -, ma perché la ragazza ha dichiarato di andarsene dall’Italia per i problemi culturali del nostro Paese, e l’ha dichiarato con una lettera aperta sul Guardian.

“Sono stanca di entrare nei negozi e avere la sensazione che il titolare si aspetti che rubi. Non sono poche le volte in cui arrivi all’aeroporto” – aggiunge – “e i cani antidroga ti fiutino come se fossi Pablo Escobar. Mi preoccupano le risposte di alcuni presidenti e di parte del pubblico che minimizza e lo derubrica a mera cultura del tifo”. Queste le parole di Eniola Aluko.

Sono parole che fanno male all’intero Paese. Mettono a nudo l’arretratezza che ci contraddistingue rispetto al resto del mondo occidentale. Un’arretratezza che non è interamente da imputare a qualche politico del momento, perché, a giudicare dalle parole, e quindi dai sentimenti, di Aluko, non sono odio, ma diffidenza. Qualcosa di molto più radicato, di istintivo. L’occhiata sospetta alla persona che non ti aspetteresti di vedere in un negozio di lusso. Qualcosa di simile era successo anche a Oprah, in un’attività a Zurigo, anche se pare che si fosse trattato solo di un malinteso.

Ad ogni modo, questo fatto potrebbe aver scosso più del previsto gli addetti ai lavori del mondo calcistico. Anziché minimizzare tutto e liquidarlo a episodio isolato, le squadre di calcio hanno inviato una lettera alla Lega calcio per evidenziare il problema. Sperando sia il primo piccolo passo per qualcosa di grande.