Ogni volta che parlo dei sequel dei filmoni americani, come Fast and Furious, mi viene in mente l’opera di Hideo Kojima in Metal Gear Solid 2. Quando tutti si aspettavano il seguito perfetto, di giocare con il protagonista più bello, più forte, più tutto… l’artista decide di dare il contentino nei primi minuti di gioco e poi fare tutto per cercare di infastidire il giocatore e non dargli ciò che si aspettava.

Si potrebbe parlare tanto di quanto l’arte ormai si sia prostrata al mercato nel cercare in tutti i modi di accontentare il pubblico. Quello che si chiama fan service.

I blockbuster americani ne vanno ghiotti. Si cerca di tirare avanti il più possibile con sequel fotocopia, ogni volta cercando di alzare il tiro, di fare il prossimo film della serie più esagerato, più pompato, sempre sempre di più.

Così è ad esempio con i film sui supereroi da anni, è così anche per Fast and Furios. Il film perde il suo senso e diventa un franchise semplicemente. Ok, chiaro.

Ma perché ci piace così tanto allora?

Perché sia ai produttori che ai consumatori dà un senso di tranquillità, di familiarità. Sai già cosa stai andando vedere, sai già che sarà una copia di quello prima, sai già che non ti aspetti un’opera d’arte, sai già che sarà trash ma… Senza sforzo.

È un riempitivo. Quando vuoi guardare qualcosa in catalogo e non sai cosa guardare, una serie in franchise ti fornisce la sicurezza di cui hai bisogno.

Un po’ come il fast food. “Stasera cosa ordino? Una pizza gourmet, o cucina etnica?” Ma magari non hai abbastanza soldi o abbastanza tempo o la voglia di pensarci, quindi la soluzione più comoda è il Mc Donald’s.

Sai già che non sarà la cosa più sana del mondo per il tuo corpo, però ha un gusto familiare che ti soddisfa, costa poco, è veloce e non richiede un impegno intellettuale… O digestivo.

Dal punto di vista tecnico (e al riguardo anche la Slim Dogs ha fatto un’analisi interessante su YouTube), prendendo in esame ad esempio Fast & Furious, si può dire che il lavoro degli stunt-man, quello grafico e dei mezzi, è impressionante, e con un budget che rimane sempre “limitato”.

Per hollywood sono film a cui brindare. Ma certo, il pubblico non è stupido. Ingurgita quello che gli viene dato in pasto, ma sa cosa sta mangiando.

Il ruolo dello spettatore

Oggi lo spettatore, grazie al web, è sempre più autonomo e si può informare facilmente, diventando così sempre più esperto e critico verso l’arte.

La soluzione migliore è quando i soldi del franchise vengono investiti per artisti che hanno più a cuore la loro opera che i soldi. Un esempio lampante è Netflix. Nonostante sia un colosso e molte serie siano “serie fast food”, al contempo si nota il continuo sforzo della piattaforma nello sfornare nuovi contenuti originali e di tutti i gusti.

Una seria (come può essere Narcos o La Casa di Carta) può avere più successo di altre e fare più soldi, può essere un franchise appunto, ma Netflix reinveste i soldi dei big per creare sempre nuove serie. Non sempre riescono, sono spesso troppe, troppo lente, confuse e dei flop. Però c’è il tentativo continuo di prendere da una fonte per dare nuove possibilità a contenuti più profondi, creativi, impegnati.

In questo quindi sta il vero compito: non aspettarsi che il pubblico continuerà ad accontentarsi, ma cercare sempre nuovi gusti e nuovo pubblico.

Su dieci contenuti ognuno avrà il suo pubblico, il suo target, la sfumatura giusta per quella persona, senza necessariamente fare gli incassi o il successo del contenuto più famoso ma creando uno spettatore fedele.

Il fast food insomma va bene da mangiare ogni tanto, ma il palato chiederà a un certo punto del filetto o dei bignè con crema chantilly, no?