Il campo di Dachau

Il campo di Dachau è tristemente noto per essere stato il primo campo di concentramento nazista, “aperto” nel 1933 su iniziativa di Heinrich Himmler. Diventò negli anni il modello per tutti i successivi campi di sterminio e di lavoro forzato della Germania nazista. Al suo interno gli scienziati nazisti effettuarono tremendi esperimenti medici sui prigionieri. Le persone che vi transitarono furono circa 200.000, delle quali 41.500 persero la vita, secondo i dati del memoriale di Dachau. Quando arrivò l’esercito alleato, a Dachau c’erano circa 31.340 prigionieri superstiti, in uno spazio originariamente costruito per meno di 5000 abitanti. Nelle settimane precedenti, mentre le forze alleate avanzavano sempre più e le linee difensive naziste gradualmente cedevano, i gerarchi del campo avevano cercato di nascondere il più possibile l’evidenza dei milioni di internati, uccidendo sommariamente centinaia di prigionieri e riempiendo di corpi devastati decine di vagoni ferroviari.

La liberazione

Il cosiddetto “massacro di Dachau” è un atto di rappresaglia avvenuto il 29 aprile 1945, durante la liberazione del campo da parte dell’esercito statunitense, nei confronti di soldati, SS e prigionieri di guerra tedeschi. Gli autori della rappresaglia furono alcuni membri della 45° divisione di fanteria, appartenenti alla 7° armata. Sconvolti alla vista delle pile di cadaveri ammucchiati e inorriditi per le condizioni dei prigionieri, non mantennero il controllo e spararono su alcuni tedeschi che ancora non erano fuggiti. Presumibilmente vennero uccise le guardie che furono maggiormente responsabili degli orrori della Shoah a Dachau, ma che tuttavia probabilmente si erano già arrese.

Inoltre, come emerge da alcune testimonianze riportate in alcuni studi, al massacro presero parte anche alcuni prigionieri del campo. Non venendo ostacolati dai soldati americani,  si vendicarono così dei loro crudeli aguzzini.

Ancora oggi non è chiaro il numero delle vittime. Le testimonianze infatti sono discordi e le cifre oscillano da 35 a circa 500 morti.

L’indagine dell’esercito americano

L’esercito americano, già a partire dal maggio del 1945, ordinò al tenente colonnello Whitaker di svolgere un’indagine riguardo alle uccisioni del 29 aprile.  Al termine dell’inchiesta però, benché fossero state violate le leggi internazionali, vennero respinte le accuse contro i soldati autori della rappresaglia. Fu stabilito infatti che le particolari condizioni del campo che si trovarono di fronte i primi soldati entrati a Dachau giustificarono in parte le loro azioni e resero ancora più difficile accertare le responsabilità individuali.

Le fonti

Il generale Eisenhower

La prima fonte che accenna a questo episodio è un comunicato del generale Eisenhower in cui veniva annunciata la liberazione del campo di concentramento. In esso il generale accenna anche alla “neutralizzazione” di circa 300 guardie tedesche presenti nel campo, ma non fornisce ulteriori dettagli.

Il colonnello Sparks

Una versione più precisa dei fatti è quella fornita dal colonnello Felix Sparks. In una sua testimonianza personale, (riportata dal portale remember.org) raccontò l’arrivo degli americani a Dachau e le sparatorie compiute dai suoi commilitoni a danno di alcune SS rimaste nel campo. Dalle sue parole, sembra che egli invece non prese parte alla rappresaglia e anzi cercò di impedirla. Racconta infatti di aver fermato con la forza un giovane soldato diciannovenne in preda ad un attacco isterico, che aveva appena sparato ad una decina di soldati tedeschi che tentavano di fuggire. Tuttavia, Sparks sostenne che, nonostante le stime esagerate, il numero delle vittime non era superiore a 50.

“It was the foregoing incident which has given rise to wild claims in various publications that most or all of the German prisoners captured at Dachau were executed. Nothing could be further from the truth. The total number of German guards killed at Dachau during that day most certainly did not exceed fifty, with thirty probably being a more accurate figure.”

Il colonnello Buechner

Per capire quanto le fonti disponibili di questo evento siano confuse e discordanti tra loro è utile considerare le ambigue testimonianze del colonnello Buechner, ufficiale medico del terzo battaglione per la 45° divisione, anch’egli presente a Dachau.

Nel 1986 pubblicò il libro “The Hour of the avenger. An eyewitness account” nel quale, descrisse un’esecuzione di massa di circa 520 prigionieri di guerra tedeschi. Gli storici Jürgen Zarusky e David Israel però, contestarono duramente il numero di vittime riportato.  Inoltre,  i documenti dell’indagine condotta nel 1945 resi pubblici nel 1992 misero in dubbio l’attendibilità di Buechner. Si scoprì infatti che ciò che Buechner aveva scritto nel libro non combaciava con la testimonianza giurata che aveva all’epoca fornito, concordante invece con la versione di Sparks. Quando però venne pubblicato il libro, erano ancora vivi solo 3 dei testimoni del’episodio.

Benchè Buechner non avesse intenzione di scrivere un’opera di stampo revisionista e non difendesse in alcun modo le atrocità compiute dalle SS a Dachau, il suo libro fu la prima opera in cui questo episodio venne raccontato in modo più narrativo che storico. Di conseguenza, influenzò negli anni seguenti molte pubblicazioni non accademiche di basso livello. Queste ultime, caratterizzate dall’utilizzo approssimativo delle fonti,  contribuirono a rendere l’episodio ancora più confuso.

Revisionismo e negazionismo

Proprio a causa di una conoscenza poco precisa degli eventi e delle diverse interpretazioni fornite negli anni, questo episodio è stato sfruttato dai gruppi revisionisti e negazionisti, per avvalorare le distorte tesi di interpretazione “alternativa” della Shoah.  Avvalendosi infatti delle imprecisioni di alcune testimonianze, questi pseudo studiosi hanno esagerato ancora di più il numero delle vittime e le responsabilità degli americani, in numerose pubblicazioni non ufficiali.

Purtroppo però, come sostiene lo storico Stephen Krzeminski della Florida Atlantic University, è molto più facile reperire online le informazioni tendenziose riguardanti il massacro di Dachau rispetto alle testimonianze affidabili e ai lavori di ricerca storica. Infatti, tra i primi risultati che l’algoritmo di Google fornisce in seguito all’immissione delle parole chiave “dachau liberation”, compaiono gli ambigui portali Scrapbookpages e Zündelsite. Entrambi i siti, tramite un utilizzo poco rigoroso delle fonti e senza citare alcuno studio scientifico, propongono un’interpretazione dell’episodio che focalizza l’attenzione unicamente sul massacro degli alleati, sorvolando sulle atrocità commesse per anni dai soldati e dalle SS tedesche all’interno del campo.

Sicuramente la rappresaglia avvenne e furono uccise alcune decine di soldati ed SS tedesche presenti nel campo, che probabilmente si erano già arresi. In nessun altro campo liberato dagli alleati si verificarono simili esecuzioni sommarie. Certamente queste uccisioni non furono azioni lodevoli e gettarono un’ombra sull’immagine di liberazione trionfante effettuata dall’esercito alleato. Tuttavia, come è sostenuto dalla tesi di Krzeminski e come è plausibile immaginare, il campo di Dachau era unico. Sia per la struttura, che per il numero di militari tedeschi rimasti e le condizioni dei prigionieri all’arrivo dell’esercito alleato. Dunque, questa rappresaglia non deve essere considerata come un assassinio premeditato. Piuttosto come la reazione incontrollata di giovani uomini che, seppure abituati alla vita militare, non si aspettavano di vedere i risultati di una simile crudeltà.