Da giorni ormai, sentiamo parlare di come il metodo adottato dal governo di Seul stia funzionando alla perfezione nella guerra al contagio. Tutto questo sembra essere frutto di un approccio tempestivo al problema.

Più nello specifico la ricetta vincente del modello sudcoreano nella lotta al Covid-19 si sostanzia nella strategia delle “tre T”: Tamponi, Tecnologia e Tenersi a distanza.

Iniziando dai test, ad oggi quelli effettuati sono 340.000. Parliamo di circa 20.000 test al giorno, di cui molti di questi fatti nelle stazioni mobili, dove si rimane in auto mentre si fa il tampone con meno rischi di contagio per il personale medico.

Il fattore determinante però è l’uso della tecnologia, con la messa in atto del progetto SmartCity.

Questo sistema è apparentemente semplice, ma analizza miliardi di dati e cerca di trovare una correlazione fra loro. I punti principali del funzionamento sono tre.

Primo: si tracciano le spese effettuate dal paziente con carta di credito ed elaborando dove sono state fatte si ricostruiscono gli spostamenti del soggetto. Si può quindi sapere in che numero di posto si trovava in aereo, in treno, al cinema e accanto a chi.

Secondo: si mappano gli spostamenti del paziente tramite cellulare. In Corea del Sud ci sono 53 milioni di cellulari a fronte di una popolazione che conta 51 milioni di persone.  Studiando quindi gli spostamenti tra gli 860 mila ripetitori 4G e 5G, la mappatura risulta completa.

Terzo: con la mappa ottenuta si ricostruiscono gli spostamenti del paziente, andando a vedere le registrazioni delle telecamere a circuito chiuso. Ci sono più di 8 milioni di CCTV nel paese, una ogni 6 abitanti. Si può essere inquadrati una media di 83 volte al giorno. Se ci si mette in viaggio, si è inquadrati ogni 9 secondi.

Sovrapponendo i dati, le autorità possono vedere con chi è entrato in contatto il contagiato. Con le informazioni sugli spostamenti e le immagini di chi ha contattato, si capisce dove e quando è avvenuto il contagio, ma soprattutto da parte di chi. Se non si individua il contagiante, si può cercare di capire chi è, testando i possibili casi. Il numero di contagi non identificati serve a stimare quanti se ne potranno ancora verificare.

Subentra qui però il problema della privacy, perché a questo punto i dati vengono anche pubblicati su siti e app per informare i cittadini. Individuato un contagio, lo si segnala al pubblico non rivelando il nome, ma luogo, sesso e fascia di età del paziente. Trasparenza che solleva grandi interrogativi sulla privacy, ma che al contempo ha rafforzato la fiducia nelle autorità prevenendo il panico. E’ certo però che l’adozione di questi sistemi porterà i coreani ad un “inizio di un nuovo stile di vita” come ha dichiarato il ministro degli Esteri Kang Kyung-wha.

 

Fonti: La Stampa, Ansa, Il Foglio