Improbabile non averne letto neanche un accenno: in questi mesi non si è parlato d’altro che di impeachment. E alle prime battute della corsa elettorale alle primarie democratiche, delle quali il vincitore eletto sarà l’avversario politico di Donald Trump alle prossime elezioni presidenziali (novembre 2020), ecco che il tema si stava facendo sempre più strategico. Fino a ieri.

Così, mentre un Trump assolto si fa beffa dei democratici sui social, con inquietanti tweet che lo proclamerebbero immortale e con un indice di gradimento in crescita negli States, diventa sempre più importante vederci chiaro, per avere le idee ordinate su quello che è stato un avvenimento storico del nostro secolo. Che cosa ha significato per un presidente degli Stati Uniti essere sotto impeachment alle porte di un possibile rinnovo del suo mandato presidenziale? Come e perché il pezzo da novanta più influente del mondo è arrivato a questo punto? Cerchiamo di fare luce sull’argomento.

I fatti

Il futuro della presidenza Trump, chiacchierato ed iconico presidente degli Stati Uniti, avrebbe potuto essere inombrato da una grave accusa, mossa dai suoi rivali in Congresso. Quale? Trump era stato additato dai democratici per aver chiesto impropriamente aiuto all’Ucraina al fine di aumentare le sue possibilità di rielezione in vista delle elezioni presidenziali. Così, il presidente ha dovuto affrontare un processo in Senato per rispondere delle sue azioni che avrebbero violato, secondo l’accusa, le leggi americane. Leggi che proclamano illegale l’atto di chiedere aiuto a entità straniere per vincere le elezioni presidenziali. In caso di colpevolezza, la conseguenza più grave sarebbe stata la rimozione del presidente dal suo incarico.

Il presidente Trump è stato accusato, in un processo che si è combattuto nel dibattito pubblico e sui social, ancora prima di approdare in aula, di aver infranto la legge facendo pressione sul presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj con il fine di ottenere informazioni dannose sul rivale politico Joe Biden, dato per favorito proprio alle primarie democratiche. A luglio di quest’anno, il presidente avrebbe esortato, nel corso di una conversazione telefonica, la sua controparte ucraina ad indagare su Biden, ex vicepresidente degli Stati Uniti durante la presidenza Obama, per poter avere più armi nel suo arsenale da scagliare nell’eventualità di ritrovarselo di fronte alle elezioni presidenziali.

La telefonata

Ma come si è venuti a conoscenza del contenuto della conversazione e perché sarebbe così rilevante? Ad agosto di quest’anno, il whistleblower, un funzionario anonimo dei servizi segreti, ha scritto una lettera in cui esprimeva preoccupazione per la conversazione telefonica avvenuta il 25 luglio tra il presidente Trump e Zelens’kyj. La denuncia formale è arrivata il 12 agosto. Il funzionario ha parlato di una “preoccupazione urgente” affermando che Trump avesse abusato del suo potere per “sollecitare l’interferenza di un Paese straniero” in vista delle elezioni presidenziali. Tuttavia, l’informatore ha successivamente ammesso di non aver sentito direttamente la chiamata, nonostante una dozzina di persone abbiano ascoltato la conversazione, tra cui il segretario di Stato Mike Pompeo, fedelissimo di Trump.

La chiamata è avvenuta pochi giorni dopo che Trump aveva minacciato di bloccare 391 milioni di dollari di aiuti militari all’Ucraina. L’ipotesi, rafforzata della testimonianza di un alto funzionario che lo avrebbe confermato, era che questi fossero stati usati come merce di scambio. Ma naturalmente la Casa Bianca lo ha negato. A sostegno invece di questa tesi, emergeva la testimonianza dell’ambasciatore americano in carica in Ucraina, Bill Taylor. Anche Gordon Sondland, ambasciatore statunitense presso l’Unione Europea, ha detto la sua. In una testimonianza, ha dichiarato al Congresso che stava lavorando alla “direzione espressa del presidente quando sono state fatte pressioni sull’Ucraina per indagare sui Biden”. Una trascrizione approssimativa della telefonata, autorizzata dallo stesso Trump, ha rivelato che egli avrebbe esortato il presidente Zelens’kyj ad indagare su Biden e su suo figlio.

Le accuse dei democratici

I democratici del Congresso affermavano quindi che la telefonata fosse la prova che Trump avesse infranto la legge invocando un aiuto straniero per cercare di diffamare Biden. Lo accusava perciò di abuso di potere e ostruzione del Congresso. Così, lo scorso 18 dicembre, Trump è diventato il terzo presidente degli Stati Uniti nella storia ad essere imputato. Terzo solo ad Andrew Johnson e Bill Clinton e allo scandalo Watergate che nel 72 convolse Richard Nixon, in un caso di simile portata mediatica.

Naturalmente, Trump ha sempre affermato di non aver fatto nulla di male. Lo ha ribadito quotidianamente in questi mesi su Twitter con tweet di semplice lettura come: “The President did nothing wrong here. There is no crime” dello scorso 15 dicembre. Ma per Trump non sarebbe stata la prima volta. Già quotidianamente chiacchierato e criticato quanto amato, il presidente aveva già fatto parlare di sé per i suoi collegamenti con l’estero. La sua campagna elettorale del 2016, infatti, era stata indagata per i suoi presunti legami con la Russia.

La controaccusa repubblicana

Come controaccusa, il presidente e i suoi sostenitori affermavano che Biden avesse, all’epoca della sua vicepresidenza Obama, abusato del suo potere per fare pressione sui servizi segreti ucraini. Ciò affinché rinunciassero ad un’indagine criminale che avrebbe potuto coinvolgere suo figlio, Hunter Biden, precedentemente impiegato presso una società energetica ucraina. Accuse rivelatesi infondate e già ampiamente screditate prima del processo di ieri sera. In aggiunta, Trump e i suoi fedelissimi hanno suggerito che Biden avesse incoraggiato il licenziamento del all’epoca procuratore ucraino incaricato delle indagini sul caso Hunter Biden. Tuttavia, Kiev non ha prodotto alcuna prova a sostegno di queste accuse.

Gli sviluppi recenti

A dicembre, i leader democratici alla Camera dei Rappresentanti hanno formalmente presentato le due accuse di impeachment già menzionate: abuso di potere e ostruzione del Congresso. Poi, una settimana prima di Natale, la Camera ha votato per incriminare Trump. Lo step successivo è stato il voto al Senato, dove si è tenuto il processo. Per condannare Trump, sarebbe stata necessaria una maggioranza di due terzi. Allo stato attuale, ciò era già dato come improbabile, dato che il partito repubblicano di Trump controlla la camera. Inverosimile, certo, che i senatori del suo stesso partito repubblicano si sarebbero rivoltati contro di lui, ma non da escludere.

Il processo è cominciato il 21 gennaio, tra allusioni democratiche ad un processo truccato e controbattute del presidente e dei suoi legali. Un sondaggio realizzato dalla Cnn, un’emittente televisiva americana, avrebbe addirittura dato l’opinione pubblica dalla parte dei democratici al 51%. Ma tutto era ancora in gioco e il mondo, fino a ieri sera, è rimasto con il fiato sospeso.

Il voto in Senato

Ieri, 5 febbraio, Trump è stato assolto da entrambi i capi d’accusa nella votazione finale tenutasi in Senato. Il presidente ha accusato il colpo nell’opinione pubblica americana e alla Camera, ma non è stato destituito dal suo incarico. Nessuna sorpresa, quindi. Alla Camera, di maggioranza democratica, è stata votata l’incriminazione; mentre al Senato, come già detto a maggioranza repubblicana, è stata votata l’assoluzione. Non ci sono quindi stati i 67 “sì” necessari a sollevare il presidente dal suo incarico.

Il caso Romney

Eccezione: il repubblicano Mitt Romney, senatore dello Utah. Romney è stato l’unico senatore repubblicano ad essersi schierato almeno al 50% contro il presidente del suo stesso partito. Il senatore si è infatti schierato con i democratici votando l’impeachment “per abuso di potere” e assolvendo invece il suo presidente sul secondo capo d’accusa, “ostruzione al Congresso”. La dissociazione di Romney non ha avuto effetti sul risultato finale, ma certamente ne ha avuti sulla sua personalità politica. Il senatore si è detto tuttavia pronto ad accettare le conseguenze del suo gesto.