Vi siete appena sintonizzati su Into the Movies, la rubrica di cinema firmata Super Tramps Club. Oggi sullo schermo troviamo due giovani criminali senza casa in Easy Rider.

I titoli di testa si aprono sul brano “Born to Be Wild”, degli Steppenwolf. E anche quando la canzone finisce è come se continuasse, per un’ora, un’ora e mezza, tutto il film, anche quando usciamo dal cinema e torniamo a casa. Quando ci svegliamo la mattina e torniamo a una routine da cui vorremmo scappare. È difficile essere liberi quando si è comprati e venduti al mercato, dirà un personaggio del film.

Sono cinquant’anni che Easy Rider affascina, spezza, turba. Non ha una trama degna di questo nome. Quando il grande attore Henry Fonda vide il film, si disse perplesso. Sono più trent’anni che mi faccio il culo nell’industria cinematografica, e questo… cos’è? Perché ha così successo? Sullo schermo c’era il viaggio di due motociclisti in un’America che non sentono propria, la ricerca di un posto a cui appartenere. Ma non c’è filo narrativo, costruzione dei personaggi. In questo film non c’è niente.

Un’inquadratura delle prime scene vede dei mandriani che ferrano gli zoccoli di un cavallo e, dietro, i due protagonisti mentre cambiano la ruota alla loro motocicletta. Finalmente qualcuno a Hollywood parlava di rottura con il passato. Lo faceva con un linguaggio nuovo, in 95 minuti di nulla. I giovani impazzirono quando videro la pellicola. 

Il vero motivo per cui Henry Fonda odiò il film è il nome di uno dei due attori protagonisti, che ne era anche sceneggiatore. Peter Fonda. Non solo non riusciva a capire la trama, non riusciva a capire suo figlio. Questo film uscì nel 1969. Un’intera generazione si stava sentendo come lui, spaventata che tutto sfuggisse di mano troppo presto, mentre un’altra generazione si sentiva rappresentata alla perfezione.

Se Fonda è anche sceneggiatore, Dennis Hopper, l’altro motociclista, è alla regia. In un film in cui tutto ci si aspetterebbe fuorché un cinema d’autore, quelle portate su schermo sono scelte addirittura virtuose. Il montaggio è caricato, le inquadrature ricercate. Al pari dei registi francesi dei dieci anni precedenti, Hopper conduce una ricerca stilistica attorno al nulla.

Per questo colpì così forte gli spettatori, era impossibile non ritrovarsi in personaggi così vuoti. Peter Fonda è il leader carismatico e tormentato, non sapremo mai da cosa. Hopper sembra un uomo semplice e prevedibile, forse per questo i suoi tentativi ci appaiono così patetici. Perché ai due vagabondi, per definizione, è proibito fermarsi. “Born to Be Wild”, fino alla fine.

Una rubrica Super Tramps Club