La buona novella è letteralmente il Vangelo raccontato da De André. È il quarto album dell’artista genovese. Faber – lo ricordiamo a chi non lo conoscesse bene – era ateo e anarchico. E allora perché ha deciso di raccontare il Vangelo? Perché non ha parlato, che so, della rivoluzione russa? Perché ha scelto di parlare prima della buona novella che dei moti del ’68?

Un uomo politicamente attivo come Fabrizio De André avrebbe dovuto pubblicare prima Storia di un impiegato, e dopo La buona novella. E invece non è andata così. Anzi, come vi abbiamo spiegato nel nostro articolo che raccontava dell’album sessantottino, Faber ha rinnegato quest’ultimo album, ritenendo invece La buona novella il suo lavoro più riuscito.

Curioso, non credete? Ma, ovviamente, c’è una ragione ben precisa.

Introduzione

La buona novella racconta le vicende del Vangelo. Ci sono Gesù, Maria, Giuseppe, l’Arcangelo Gabriele, e via dicendo. C’è l’annunciazione a Maria. C’è la crocifissione di Gesù. Mancano, per ragioni di brevità – e probabilmente di interesse – i miracoli e le parabole. Ma quelle le conosciamo tutti.

E mentre i giovani stavano facendo la rivoluzione in piazza, De André, che per idee e carisma avrebbe potuto essere un loro idolo, decide di raccontare la religione cristiana. Tuttavia, le fonti non sono i quattro Vangeli canonici – Matteo, Marco, Luca, Giovanni. No, sono i vangeli apocrifi.

Di seguito vi proponiamo una breve spiegazione di che cosa siano i vangeli apocrifi. Se non vi interessa e volete passare direttamente all’album, saltate pure la sezione.

I vangeli apocrifi: le fonti di La buona novella

È necessaria una breve introduzione a questi vangeli. “Apocrifo” deriva da “apokrypto”, parola greca composta da “apo”, cioè “da”, e “kypto”, che significa “nascondere”. “Nascondere da”: ecco l’esatta traduzione di “apokrypto”. E “apocrifo”, che da lì deriva, significa “che è tenuto nascosto”.

I vangeli apocrifi, secondo la loro origine etimologica, sono vangeli che devono essere nascosti. Perché? Perché sono non ufficiali, sono scritti sparsi, spesso da ignoti, e quindi sono pericolosi. La categoria comprende tutti i libri, e in generale i testi, biblici non inclusi nell’elenco ufficiale, e quindi non ritenuti ufficiali né ispirati da Dio.

La Chiesa cristiana antica, per considerare un testo canonico nell’ambito del Nuovo Testamento, usa i seguenti criteri:

  1. Paternità apostolica: il testo deve essere attribuito o attribuibile all’insegnamento o alla diretta scrittura degli apostoli o dei loro più stretti compagni;
  2. Uso liturgico: il testo deve essere letto pubblicamente nei riti liturgici delle prime comunità cristiane, avendo quindi un utilizzo concreto subito immediato alla sua stesura;
  3. Ortodossia: non dev’essere contrario all’idea ortodossa, vale a dire quelle idee stabilite dalla Chiesa come le verità dogmatiche di fede.

I testi apocrifi che raccontano le vicende del Nuovo Testamento – vangelo e atti degli apostoli – sono divisi in varie categorie, a seconda del contenuto:

  • Vangeli dell’infanzia: raccontano la vita di Gesù da “persona normale”, ossia prima del battesimo ad opera di Giovanni Battista e della sua seguente vita ministeriale. Ricordano molto delle fiabe, e sono molto imprecisi storicamente. Tra questi, il Protovangelo di Giacomo – noto anche come Vangelo dell’Infanzia di Giacomo o come Vangelo di Giacomo, è una delle fonti più usate da De André e Roberto Danè nella stesura dei testi della Buona Novella.
  • Vangeli giudaico-cristiani: di cui purtroppo non abbiamo i testi. Non ci sono pervenuti.
  • Vangeli gnostici: la caratteristica principale di questi vangeli è la natura segreta delle rivelazioni contenute. Gesù risorto comunica particolari nozioni e informazioni in privato a un discepolo (quasi sempre apostolo) meritevole (a differenza degli altri non meritevoli).
  • Vangeli della passione: raccontano, sempre con un taglio diverso dagli altri vangeli, la passione di Gesù

E ce ne sono molti altri – come gli atti apocrifi -, ma ci fermeremo a questi, per noi più rilevanti.

Questi scritti sono molto affini a De André e alla sua ideologia, e per questo coprono un ruolo importante fra le fonti della Buona Novella. Sono molto affini perché sono scritti non imposti né controllati o censurati dal potere. Sono scritti anarchici, che sfuggono a ogni supervisione della Chiesa, e per questo da essa sono temuti.

Inoltre, sono vangeli che raccontano aspetti collaterali della vita di Gesù Cristo. Mettono in luce lati generalmente sconosciuti, molto più umani e meno divini. Lati che rimuovono quella patina di perfezione con cui secoli di retorica cristiana hanno velato il vangelo.

Gesù, come Maria e Giuseppe, era un umano. Dio, certo, ma fatto uomo. E se i vangeli tradizionali faticano ad ammettere quel suo aspetto, acconsentendo solo nel momento della passione – «Elì, Elì, lemà sabactàni?», ossia: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» -, i vangeli apocrifi ne fanno il loro leitmotiv. E Faber, nella Buona Novella, pesca a piene mani in questi racconti.

La religione per Fabrizio De André

La pagina Facebook “Fabrizio De Andre” dice questo a proposito:

Il rapporto con la religione per De Andrè è sempre stato piuttosto delicato. Sarebbe sbagliato definirlo un ateo, dal momento che, in ogni sua dichiarazione a proposito, ha sempre espresso una vicinanza con uno “spirito elevato” che non per forza andava identificato con il nome di Dio.

E ancora:

Più che lontananza da Dio è opportuno sottolineare la lontananza dalla religione e dal clero. L’atteggiamento di Faber era dunque più che altro anticlericale.

Lo stesso Faber ha infatti menzionato più e più volte qualcosa che andasse al di là della dimensione umana. Qualcosa che si può cogliere quando si riesce ad abbandonare la nostra dimensione più materiale, più fisica, più legata a quella materialità e a quel consumismo che ci vincola alle cose terrene e ci impedisce di vedere il tutto nella sua totalità.

Mi rendo conto di essere retorico: sto cercando di spiegare a parole mie una sensazione che il cantante genovese ha ben descritto in un famoso discorso sulla solitudine, fatto durante un concerto. Guardatelo, ne vale davvero la pena:

Egli non disprezzava la religione, né i suoi insegnamenti. Vedeva in Gesù una figura ispiratrice, “il primo anarchico della storia”. Con il suo messaggio, rivoluzionario, aveva portato il primo, importante, seme di umanità in un mondo prima “barbaro”.

“Quando parlo di Dio lo faccio perché è una parola comoda, da tutti comprensibile, ma in effetti mi rivolgo al Grande Spirito in cui si ricongiungono tutti i minuscoli frammenti di spiritualità dell’universo”.

Il contesto di La Buona Novella

«Quando scrissi “La buona novella” era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente – che sono poi sempre la maggioranza di noi – compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia – che peraltro già conosciamo – della predicazione di Gesù Cristo.”

Queste sono parole di De André, raccontate durante il suo concerto al teatro Brancaccio, il 14 febbraio del 1998, quasi 30 anni dopo la pubblicazione del disco. La Buona Novella viene pubblicato nell’autunno del 1970. Due anni prima gli studenti si riversavano nelle piazze, occupavano le università, si scontravano con la polizia.

Gli ideali erano di estrema sinistra. Si voleva combattere quell’autorità, quella casta, composta dai baroni universitari. Erano definiti baroni universitari quei professori che avevano cattedre da lunghissimo tempo, figure molto autorevoli e influenti nel mondo universitario. Non insoliti erano atteggiamenti di disprezzo nei confronti degli studenti – come il famoso lancio del libretto -, che in alcuni casi sfociavano in vere e proprie umiliazioni.

I problemi erano sorti con l’aumento delle tasse universitarie, che, insieme all’obbligo di avere la maturità classica per potersi laureare, avevano portato a una vera e propria insofferenza verso il sistema. Per di più, gli studenti non si riconoscevano negli organi di rappresentanza degli studenti pre-esistenti.

Così, sulla scia del movimento francese, anche gli studenti italiani si ribellarono. L’opinione pubblica si spaccò, e molte figure autorevoli del mondo dell’informazione e dello spettacolo presero una posizione. Pasolini, per esempio, pur essendo comunista, criticò duramente gli studenti, accusandoli di avere buoni ideali ma di liquidare tutto con una lotta fra poveri, con gli scontri con la polizia.

Le critiche a De André

Da De André ci si aspettava una presa di posizione forte, pubblica, viste le sue dichiarate posizioni anarchiche. Per capire l’orientamento politico di Faber, basta pensare che una delle sue prime canzoni fu La Città Vecchia.

Invece, a sorpresa, l’autore genovese pubblicò un disco sul vangelo. I giovani, suoi ammiratori, si sentirono traditi: il loro simbolo di ribellione, di lotta contro il sistema, parla di Chiesa, di Vangelo, di Gesù. Parla, insomma, della religione, da sempre uno degli strumenti più forti nel controllo della popolazione, nel bene e nel male.

Perché De André decise di pubblicare un disco del genere? Lo spiega lui stesso, rispondendo direttamente agli studenti che lo criticarono:

“Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un’allegoria – era una allegoria – che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazaret e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.”

E ancora:

“Non ho voluto inoltrarmi in percorsi, in sentieri, per me difficilmente percorribili, come la metafisica o addirittura la teologia, prima di tutto perché non ci capisco niente; in secondo luogo perché ho sempre pensato che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarselo. Il che è esattamente quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo i piedi sulla terra”.

Però, per meglio specificare il suo prendere dalle distanze dalla Chiesa come istituzione, aggiunge:

“Ho quindi preso spunto dagli evangelisti cosiddetti apocrifi. Apocrifo vuol dire falso, in effetti era gente vissuta: era viva, in carne ed ossa. Solo che la Chiesa mal sopportava, fino a qualche secolo fa, che fossero altre persone non di confessione cristiana ad occuparsi, appunto, di Gesù. Si tratta di scrittori, di storici, arabi, armeni, bizantini, greci, che nell’accostarsi all’argomento, nel parlare della figura di Gesù di Nazaret, lo hanno fatto direi addirittura con deferenza, con grande rispetto”.

La Buona Novella

La Buona Novella è un concept album. Ciò significa che è un disco i cui brani sono collegati fra loro, un album in cui c’è un filo conduttore. Per l’appunto, la vita di Gesù, nei suoi aspetti meno conosciuti.

Le melodie vogliono volutamente ricordare l’ambiente religioso. Si ripetono, infatti, nel corso dell’intero album, le parti corali. In stile carmina burana, per intenderci. Anche il latino è molto presente, come si vede dalla prima traccia, Laudate dominum – ossia “Lodate il Signore”.

Laudate dominum è sì la prima traccia dell’album, ma, a differenza di Introduzione di Storia di un impiegato, dove Faber spiega subito le sue intenzioni, qua è un brano solo strumentale. I suoni ricordano, appunto, i cori delle Chiese.

L’infanzia di Maria


La canzone si apre con un arpeggio, che fa da base al parlato di De André, che racconta la vita di Maria. Figlia di Gioacchino e Anna, visse sempre in una condizione di santità, fin da bambina.

Infatti, a soli tre anni d’età, viene portata al tempio, per condurre una vita religiosa.

Non fu più il seno di Anna fra le mura discrete,
A consolare il pianto a calmarti la sete
Dicono fosse un angelo a raccontarti le ore
A misurarti il tempo fra cibo e Signore

Faber cerca di raccontarci il lato umano di Maria. Vergine, donna perfetta: ci viene naturale pensarla felice della sua condizione di donna santa, di madre di Gesù. Un ruolo calzato su misura, al punto che il suo essere donna si perde interamente nella sua dimensione religiosa. Invece, De André ci mostra la sua sofferenza:

Ha un cuore troppo vecchio, che ormai si riposa

Costretta ad abbandonare i suoi giochi, la sua famiglia, per vivere in una realtà in cui la preghiera era tutto. Realtà, per di più, estremamente maschilista. Realtà in cui un evento completamente naturale – le prime mestruazioni – sono viste come un peccato, che costringe i sacerdoti ad allontanarla dal tempio.

E quando i sacerdoti ti rifiutarono alloggio
Avevi dodici anni e nessuna colpa addosso
Ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio
La tua verginità che si tingeva di rosso.

Maria, in quanto donna, è una figura tentatrice per i sacerdoti. Abituati a pensarla come madre di Dio, siamo portati a dimenticare il suo aspetto fisico, che i vangeli apocrifi descrivono come bellissimo. In una società misogina come quella, tutto questo è inaccettabile. I sacerdoti del tempio sono costretti ad allontanarla.

si vuol dar marito a chi non lo voleva
Si batte la campagna si fruga la via
Popolo senza moglie uomini d’ogni leva
Del corpo d’una vergine si fa lotteria

E poi il coro, musicalmente straordinario, ci descrive il suo aspetto fisico:

Guardala guardala scioglie i capelli
Sono più lunghi dei nostri mantelli
Guarda la pelle viene la nebbia
Risplende il sole come la neve
Guarda le mani guardale il viso
Sembra venuta dal paradiso
Guarda le forme la proporzione
Sembra venuta per tentazione.

Quindi, per allontanare Maria dal tempio, si chiama il cosiddetto “popolo dei senza moglie”, ossia tutti quegli uomini, scapoli o vedovi, che cercavano una moglie. Giuseppe, spinto dalla volontà di Dio, si reca al sorteggio tramite cui si decide il futuro sposo di Maria. Anche qui, De André mette in risalto la sofferenza della bambina: a dodici anni è costretta a sposarsi, con un uomo che non decide lei, né deciso per il suo bene. Suo marito viene sorteggiato.

A essere scelto è ovviamente Giuseppe, uomo che, secondo le scritture, aveva novant’anni. Uomo vedovo, con alle spalle una vita da lavoratore. Faber ce lo descrive con una delle sue strofe più belle, a mio parere:

E fosti tu Giuseppe un reduce del passato
Falegname per forza padre per professione
A vederti assegnata da un destino sgarbato
Una figlia di più senza alcuna ragione
Una bimba su cui non avevi intenzione
E mentre te ne vai stanco d’essere stanco
La bambina per mano la tristezza di fianco
Pensi “Quei sacerdoti la diedero in sposa
Ha dita troppo secche per chiudersi su una rosa
Ha un cuore troppo vecchio che ormai si riposa”

La parola di Dio, la sua volontà, creata ed espressa per dare un futuro nuovo, per salvare l’umanità, è causa di sofferenza per tutti quanti. Per Maria, costretta a lasciare la famiglia per andare nel tempio a tre anni, costretta a sposarsi a dodici anni con un uomo di novant’anni. Per Giuseppe, costretto a novant’anni a sposare una bambina di dodici, obbligato a lavorare come falegname, ma la cui vera professione è essere padre: padre di Gesù, ma soprattutto padre di Maria.

Il ritorno di Giuseppe


L’infanzia di Maria si chiude con Giuseppe, “secondo gli ordini ricevuti”, accompagna Maria, sposa-bambina, a casa sua. In seguito, è costretto a lasciare la Giudea per quattro anni, per dei lavori che deve completare.

Il ritorno di Giuseppe, terzo brano di La Buona Novella, racconta del viaggio del falegname, e del suo arrivo a casa, dove troverà Maria incinta.

L’accompagnamento strumentale è molto particolare. Il ritmo è sempre lento, e l’arpeggio con la chitarra rimane la parte principale. Molto riuscita è la sensazione di viaggio resa della musica: sembra quasi di vedere Giuseppe camminare, e con lui il flusso di pensieri che lo attanaglia.

Un asino dai passi uguali
Compagno del tuo ritorno
Scandisce la distanza
Lungo il morire del giorno.

Il ritmo, quando Giuseppe arriva a casa, rallenta improvvisamente. Faber ci racconta dell’abbraccio tra i due, e della sorpresa avuta dal padre nel vedere il ventre della sua sposa gonfio.

E lei volò fra le tue braccia
Come una rondine
E le sue dita come lacrime
Dal tuo ciglio alla gola
Suggerivano al viso
Una volta ignorato
La tenerezza d’un sorriso
Un affetto quasi implorato

E lo stupore nei tuoi occhi
Salì dalle tue mani
Che vuote intorno alle sue spalle
Si colmarono ai fianchi
Della forma precisa
D’una vita recente
Di quel segreto che si svela
Quando lievita il ventre

A Maria, a cui è sempre stato negato il piacere, in un’esistenza colma di dolore, sofferenza e dedizione per la causa divina – causa che non ha scelto lei -, viene negato il piacere fisico, e rimane incinta. Il “partorirai con dolore” è la sublimazione della vita di Maria. La ragione di Dio non ammette il piacere fisico. Ammette solo la sofferenza. Maria deve partorire, ma deve partorire da vergine, perché il figlio di Dio non sia sporcato da un atto della carne.

Tuttavia, chi sembra soffrire di più è Giuseppe. Maria viene dipinta ancora come una bambina, che non capisce la causa della sua sofferenza, sopportando solo la propria condizione. Giuseppe invece, dall’alto della sua maturità e dei suoi novant’anni di sofferenza, si rende conto dell’esistenza misera della sua sposa. E la compatisce.

A mio parere, il protagonista dell’album, o quantomeno la figura più interessante, è Giuseppe. Gesù è un personaggio marginale, mentre Maria è onnipresente, ma prima di Tre Madri non propone spunti di riflessione. È un personaggio piatto, racchiuso e confinato nel suo essere simbolo di tutte le madri pur essendo ancora bambina. Vergine incinta, sposa bambina, madre ragazza. La vita di Maria è una contraddizione, che il cristianesimo dipinge come il più grande dono che Dio possa fare a una donna.

Faber la vede diversamente. Maria è una donna, è carne e sangue: Maria ha diritto alla gioia, e Dio gliela nega. E, mentre Maria non se ne rende conto, Giuseppe lo capisce, e ne soffre. Forse, si interroga su chi sia quel Dio così cinico.

Il sogno di Maria

Vi prego di ascoltare questa canzone, prima di leggere questo commento di “il sogno di Maria”, quarta traccia di La buona novella. Il titolo è Leggenda di Natale, e la storia, come appare chiaro a una prima lettura, racconta di una ragazza, giovane, ingenua, sedotta e abbandonata da un uomo avvenente.

Parlavi alla luna giocavi coi fiori
Avevi l’età che non porta dolori
E il vento era un mago, la rugiada una dea
Nel bosco incantato di ogni tua idea
Nel bosco incantato di ogni tua idea

E venne l’inverno che uccide il colore
Un babbo Natale che parlava d’amore
E d’oro e d’argento splendevano i doni
Ma gli occhi eran freddi e non erano buoni
Ma gli occhi eran freddi e non erano buoni

Coprì le tue spalle d’argento e di lana
Di pelle e smeraldi intrecciò una collana
E mentre incantata lo stavi a guardare
Dai piedi ai capelli ti volle baciare
Dai piedi ai capelli ti volle baciare

E adesso che gli altri ti chiamano dea
L’incanto è svanito da ogni tua idea
Ma ancora alla luna vorresti narrare
La storia d’un fiore appassito a Natale
La storia d’un fiore appassito a Natale

 

L’idea di Maria sedotta e abbandonata si trova in alcuni scritti apocrifi. C’è chi dice che Gesù sia figlio di un uomo con cui lei ha avuto un rapporto, durante l’assenza di Giuseppe. Il concepimento a opera dello Spirito Santo sarebbe solo una storia inventata per coprire questa relazione adultera, che le avrebbe altrimenti causato abbandono e ripudio, se non addirittura la lapidazione.

Ovviamente non potremo mai sapere la verità. E neanche De André la sapeva. Per questo possiamo leggere il suo racconto del concepimento in due maniere differenti: una umana, l’altra sacra.

Nel grembo umido, scuro del tempio
L’ombra era fredda, gonfia d’incenso
L’angelo scese, come ogni sera
Ad insegnarmi una nuova preghiera
Poi, d’improvviso, mi sciolse le mani
E le mie braccia divennero ali
Quando mi chiese: – Conosci l’estate? –
Io per un giorno, per un momento
Corsi a vedere il colore del vento

L’angelo arriva ad annunciare a Maria che concepirà il figlio di Dio. Le scritture ci raccontano di un’annunciazione avvenuta al chiuso, al buio, durante la preghiera. Faber ci racconta di un angelo che la porta fuori dal tempio, fuori dalla sua prigione. Un angelo che le mostra le meraviglie del creato. Un’esperienza mistica per Maria, abituata a restare prigioniera. Un’esperienza che la porta alla sinestesia, alla confusione fra i sensi e le percezioni, al punto che arriva addirittura a vedere il colore del vento.

Volammo davvero sopra le case
Oltre i cancelli, gli orti e le strade
Poi scivolammo tra valli fiorite
Dove all’ulivo si abbraccia la vite
Scendemmo là, dove il giorno si perde
A cercarsi da solo nascosto tra il verde
E lui parlò come quando si prega.

I due viaggiano fino al tramonto, e la parola dell’angelo – che ora sembra incredibilmente uomo -, abbassa il tono della voce, iniziando a parlare “come quando si piega”.

E poi due versi bellissimi:

Ed alla fine d’ogni preghiera
Contava una vertebra della mia schiena.

Maria è diventata tutt’uno con la parola di Dio, al punto che il suo stesso corpo è diventato parte del suo verbo. Ogni dettaglio del corpo della Vergine è uno strumento nel disegno divino.

Maria è diventata tutt’uno con l’angelo – o con il giovane. Un angelo che ricorda un dio, un Dionisio, arrivato da chissà dove a tentarla, a farle scoprire i piaceri del mondo. Quei piaceri che Dio le nega, che i sacerdoti le negano, che la vita del tempio le ha proibito. Ecco la vera buona novella: Maria scopre la vita, la vita tramite cui genera altra vita. Qua si compie il disegno divino: Maria scopre l’amore, l’amore da cui nascerà Gesù. Che sia amore divino o amore carnale, non ci è dato saperlo. E non sono sicuro che ci sia differenza.

L’angelo sa di aver sconvolto la vita della giovane – perdonatemi, chiamarla vergine, ora, mi sembra ipocrita.

[… e l’angelo disse: – Non temere, Maria, infatti hai trovato grazia presso il Signore e per opera Sua concepirai un figlio…]

Questa frase compare così, nel libretto allegato al disco: tra parentesi, e non viene cantata. È la frase che l’angelo dice a Maria, per tranquillizzarla. Non hai peccato. Hai scoperto la vita. Così voleva Dio.

Possiamo ritenerlo bellissimo. Pensateci, Dio che prega una donna di far nascere suo figlio, sublimando la sua volontà nella carne tanto disprezzata dalla Chiesa.

Oppure possiamo vederne il lato più crudele: Maria non è libera della sua volontà neanche nel piacere. È costretta, come sempre, alla volontà di Dio.

Ad ogni modo, Maria ne esce sconvolta, e si ritrova nel tempio, con i sacerdoti e le loro barbe lunghe. Arriva Giuseppe, e la ragazza prova a raccontargli l’accaduto. È un racconto sconclusionato, confuso, dove carne e spirito, realtà e sogno, si confondono.

E la parola ormai sfinita
Si sciolse in pianto
Ma la paura dalle labbra
Si raccolse negli occhi
Semichiusi nel gesto
D’una quiete apparente
Che si consuma nell’attesa
D’uno sguardo indulgente.

Giuseppe comprende lo sconforto di Maria. Si chiede perché quella giovane ragazza, quella bambina, sia condannata a un tale destino di sofferenza. Non si spiega perché Dio abbia voluto che lui fosse parte di un disegno troppo grande, a lui incomprensibile.

Giuseppe è un uomo normale, piegato dalla vita e dalla sofferenza. È un uomo, è un padre. e in quella ragazza sofferente, confusa, vede una creatura bisognosa d’aiuto. Forse sa che l’ha tradito. Forse sa cos’è successo. Ma non gli interessa. La giustizia, il possesso, non sono cose per lui. Giuseppe vede chi soffre, e ne ha pietà.

E tu, piano, posasti le dita
All’orlo della sua fronte:
I vecchi, quando accarezzano,
Hanno il timore di far troppo forte.

Ave Maria


Questo è l’8 marzo di Fabrizio De André.

È un inno a Maria, una preghiera. È un canto rivolto al simbolo delle donne di tutto il mondo. Donne costrette a una vita che raramente dipende da loro, donne limitate da una società patriarcale, che le vede solo come fonte di piacere, come procreatrici della specie. La donna come simbolo del focolare, a cui l’uomo ritorna dopo una giornata a procurare il pane.

Idee terrificanti oggigiorno, ma normali al tempo di Maria e Giuseppe.

E te ne vai, Maria, fra l’altra gente
che si raccoglie intorno al tuo passare,
siepe di sguardi che non fanno male
nella stagione di essere madre.

La pancia di Maria è sempre più grande, il nono mese si avvicina. A breve partorirà, e le dimensioni del suo ventre attirano l’attenzione per strada. Tutti la vedono con soddisfazione: un’altra madre, il posto naturale della donna nella nostra società. Gli sguardi voluttuosi che hanno accompagnato l’infanzia della giovane, bella e tentatrice, lasciano spazio agli sguardi riservati a una madre. Non c’è piacere, non c’è desiderio: c’è solo compiacimento. Il sistema non cambierà. Non con lei, almeno.

Sai che fra un’ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso:
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.
Ave Maria, adesso che sei donna,
ave alle donne come te, Maria,
femmine un giorno per un nuovo amore
povero o ricco, umile o Messia.

Maria soffrirà per il parto, ma poi sarà felice. Sarà completa nella sua dimensione di donna, di donna amata, di sposa. Maria trova posto nella società solo in questo modo. Non certo nel tempio, non certo come donna indipendente. Deve sposarsi, deve avere figli, per essere accettata. E così vuole Dio.

Femmine un giorno e poi madri per sempre
nella stagione che stagioni non sente.

Maria nella bottega del falegname


Brusco salto temporale. Ora siamo con Maria adulta, quasi anziana. Siamo 33 anni più avanti. Gesù è stato processato, la sua condanna è ormai certa. Con lui saranno crocifissi due ladroni, Dimaco e Tito. Figure quasi ignorate nei vangeli canonici, ma che diventano centrali nella poesia di Faber.

È in questo punto di La buona novella che Maria cambia ruolo. Non è più il personaggio piatto, abbandonato al destino. Ora è una donna matura. Soffre, sì, ma riesce a reagire al mondo. Gli eventi non sono sotto il suo controllo, ma ha la capacità di discuterli, di sfidare il destino e addirittura, in Tre madri, la volontà divina.

Maria cammina per la città di Gerusalemme, e passa davanti alla bottega del falegname. Falegname come Giuseppe, sì. Ma ora questo falegname è portatore di morte. Maria si mette a parlare con lui. Gli chiede perché stia incidendo quel legno, perché faccia quel lavoro che fa rumore in tutta la città. Questa la risposta del falegname:

“Questi ceppi che han portato
Perché il mio sudore
Li trasformi nell’immagine
Di tre dolori
Vedran lacrime di Dimaco
E di Tito al ciglio
Il più grande che tu guardi
Abbraccerà tuo figlio”.

Ora La buona novella prende tinte fosche, dando luogo alla seconda parte, al secondo tipo delle sofferenze di Maria. Dopo aver sofferto per diventare madre, ora soffre in quanto madre. La sua innocenza di bambina potrebbe sembrare ancora presente nelle parole con cui apre la conversazione:

“Falegname col martello
Perché fai den den?
Con la pialla su quel legno
Perché fai fren fren?
Costruisci le stampelle
Per chi in guerra andò?
Dalla Nubia sulle mani
A casa ritornò?”

Tuttavia, dopo la risposta onesta e senza fronzoli del falegname, la vergine madre si rende conto di quale sarà il destino di suo figlio. Essere crocifisso in mezzo a due ladroni:

Tre croci, due per chi
Disertò per rubare
La più grande per chi guerra
Insegnò a disertare.

In fondo, in questo sta l’umanità: essere tutti uguali di fronte alla morte. Figli di Dio o ladri.

Via della Croce

“Poterti smembrare coi denti e le mani,
sapere i tuoi occhi bevuti dai cani,
di morire in croce puoi essere grato
a un brav’uomo di nome Pilato.”
Ben più della morte che oggi ti vuole,
t’uccide il veleno di queste parole:
le voci dei padri di quei neonati,
da Erode per te trucidati.
Nel lugubre scherno degli abiti nuovi
misurano a gocce il dolore che provi;
trent’anni hanno atteso col fegato in mano,
i rantoli d’un ciarlatano.

Via della Croce racconta, letteralmente, la Via Crucis, ossia il cammino di Gesù verso il Calvario. Dopo la condanna, Gesù è torturato e costretto a portare la propria croce sulle spalle, nel cammino verso il Golgota, dove sarà crocifisso.

La canzone, dal ritmo più incalzante rispetto agli altri brani di La Buona Novella, si apre con strofe di odio. È l’odio dei padri, dei familiari, di tutti coloro che hanno perso un neonato per via dell’editto di Erode, con il quale il re della Giudea aveva tentato di contrapporsi al volere di Dio.

Il riferimento di Faber è rivolto alla Strage degli innocenti, ossia l’ordine – dato da Erode – di uccidere tutti i neonati sotto i due anni. Egli, infatti, informato dai Magi della venuta di Gesù, non voleva essere scalzato dal trono della Giudea. Tuttavia Giuseppe, informato preventivamente dall’angelo, fa in tempo a scappare in Egitto, dove staranno fino alla morte di Erode.

L’episodio, raccontato da Matteo nel suo vangelo, è secondo molti storici storicamente inattendibile, in quanto non coincidono assolutamente le date, tenendo in considerazione le altre fonti. Ciononostante, c’è chi dice che sia plausibile, dato l’incredibile livello di diffidenza del re – al punto da diventare una vera e propria psicosi.

Si muovono curve le vedove in testa,
per loro non è un pomeriggio di festa;
si serran le vesti sugli occhi e sul cuore
ma filtra dai veli il dolore:
fedeli umiliate da un credo inumano
che le volle schiave già prima di Abramo,
con riconoscenza ora soffron la pena
di chi perdonò a Maddalena.

Secondo gruppo di spettatori sono le donne, le stesse donne a cui Faber ha dedicato Ave Maria. A loro nuovamente si rivolge il pensiero del cantautore, che le immagina grate a Gesù Cristo, capace di portare loro speranze di riscatto, uno spiraglio di liberazione.

Seguono poi gli apostoli, in silenzio. Loro hanno seguito Gesù ovunque, hanno predicato con lui. Hanno appreso ogni sua parola, e da lui sono stati scelti. Hanno deciso di dedicare la loro vita alla volontà di Dio. Ora però, atterriti, non osano prendere una posizione per aiutare il Messia. Si nascondono, terrorizzati da un potere così forte da uccidere il figlio di Dio.

Confusi alla folla ti seguono muti,
sgomenti al pensiero che tu li saluti:
“A redimere il mondo” gli serve pensare,
il tuo sangue può certo bastare.
La semineranno per mare e per terra
tra boschi e città la tua buona novella,
ma questo domani, con fede migliore,
stasera è più forte il terrore.
Nessuno di loro ti grida un addio
per esser scoperto cugino di Dio:
gli apostoli han chiuso le gole alla voce,
fratello che sanguini in croce.

Infine, compaiono, per la prima volta in prima persona, le due figure che saranno realmente protagoniste alla fine della Buona Novella: Dimaco e Tito. I due ladroni, persone comuni, anzi, anche qualcosa di meno, si ritrovano coinvolti nel più grande disegno che Dio abbia concepito per l’umanità. Nel momento in cui la presenza fisica, carnale, del Signore cessa di esistere in terra, a fare da testimoni vicini, a rubare lo spettacolo, ci sono due ladri. Non due re, non due principi, non due rivoluzionari. E neanche filosofi, teologi, scienziati.

No, ci sono due ladri. Gli scarti, gli emarginati, della società diventano cornice della morte del Padreterno. Un capolavoro. Un capolavoro che gli evangelisti ignorano, se non per sottolineare il pentimento di Dimaco. Anche qua, in realtà, le fonti non sono concordi. Due vangeli – Marco e Matteo – dicono che i ladroni insultavano Gesù. Altre fonti ritengono che il ladro penitente fosse Tito.

In ogni caso, a De André non interessa. Decide di non dipingerli come dispiaciuti per la loro vita, e neanche come tristi per la morte di Dio in terra.

Non hanno negli occhi scintille di pena.
Non sono stupiti a vederti la schiena
piegata dal legno che a stento trascini,
eppure ti stanno vicini.
Perdonali se non ti lasciano solo,
se sanno morir sulla croce anche loro,
a piangerli sotto non han che le madri,
in fondo, son solo due ladri.

Tre madri – Le vere protagoniste della Buona Novella?


Gli uomini lasciano spazio alle donne in questo brano di La Buona Novella. Protagoniste sono le madri, precisamente le madri di Dimaco, Tito e Gesù, le tre vittime della crocifissione.

Apre la madre di Tito:

“Tito, non sei figlio di Dio
Ma c’è chi muore nel dirti addio”

Segue la madre di Dimaco:

“Dimaco, ignori chi fu tuo padre
Ma più di te muore tua madre”.

 

E poi, le due madri insieme:

“Con troppe lacrime piangi, Maria
Solo l’immagine d’un’agonia
Sai che alla vita, nel terzo giorno
Il figlio tuo farà ritorno
Lascia noi piangere, un po’ più forte
Chi non risorgerà più dalla morte”.

La contrapposizione è chiara, e suona quasi come un’accusa. In uno dei suoi pezzi più alti, quasi teologici, Faber ci propone una contrapposizione tra il dolore umano, delle madri dei due ladroni, e il dolore di Maria, che le altre due ritengono finto, inutile: Cristo risorgerà fra tre giorni, lo dicono le scritture. Perché piangi, Maria? Non ti sembra di sminuire così il nostro dolore, il dolore di noi che perderemo i nostri due amati figli per sempre?

Le madri sembrano aver ragione. Perché Dio vuole mettere in scena questa esibizione del dolore? Vuole forse farci credere che anche lui possa soffrire? Vuole nascondere la sua onnipotenza, la sua immortalità?

Gesù che muore è solo un’immagine. Le due madri lo sanno. Per questo non accettano che, a piangere con loro, ci sia una donna il cui figlio non può morire.

Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.
Non fossi stato figlio di Dio
t’avrei ancora per figlio mio.

Questa è la risposta di Maria. Ed è qui che vediamo cambiare la contrapposizione, che scopriamo chi davvero si fronteggia sul ring della sofferenza.

Non sono Maria e le altre due madri. No. Sono le madri e Dio.

Il vero burattinaio, il vero sceneggiatore, e al tempo stesso spettatore parziale, è il Signore. Colui che ha creato tutto questo, che si è divertito a crearlo umano, per vederlo soffrire, per vederlo piangere.

Dio ha creato uno spettacolo magnifico, che occuperà la letteratura per millenni, che dominerà la società. S’è dimenticato però dei protagonisti di questa storia, che sono umani. Persino sua madre, Maria, e suo figlio, Gesù, a lui si ribellano.

De André, in La buona novella, non ci racconta dell’urlo straziante di Gesù a suo padre – “padre, padre, perché mi hai abbandonato?”.

Faber sceglie di raccontarci l’accusa che Maria lancia a Dio: io l’ho visto crescere, l’ho partorito, l’ho nutrito, ho visto la sua intera vita. E tu me lo porti via, per compiere il tuo disegno, perché è figlio tuo.

Non pretendere che io ti appoggi, mio Signore: ti sei dimenticato che era più figlio mio che tuo.

Il testamento di Tito


È l’atto di ribellione più bello, più sfrontato, mai scritto.

Tito, ormai lo saprete, è il ladrone cattivo. È colui che rifiuta di pentirsi, che respinge Dio fino all’ultimo secondo della sua vita. Si rifiuta di piegare la testa, come fa Dimaco.

Tito sa di essere stato costretto al male da un Dio cattivo. Per questo elenca tutte le sofferenze passate, illustra la vita che gli ha fatto vivere quello stesso Dio che ora da lui pretende un pentimento. È contento di vedere il figlio di Dio morire con lui. È l’unica soddisfazione che la vita può dargli: vedere il figlio di quel Dio crudele morire di fianco a lui.

“guardate la fine di quel Nazareno,
e un ladro,
non muore di meno.”

Tito smonta i comandamenti uno per uno:

  1. Non avrai altro Dio all’infuori di me: “genti diverse, venute dall’Est, mi han detto che in fondo era uguale; credevano a un altro, diverso da te, e non mi hanno fatto del male
  2. Non nominare il nome di Dio invano: lo ha nominato, con un coltello nel fianco, ma invano: Dio non ha risposto
  3. Onora il padre e la madre: “quando a mio padre si fermò il cuore, non ho provato dolore”
  4. Ricorda di santificare le feste: facile, per i ladri, entrare in quei luoghi dove si parla di schiavi e padroni, che se li prendessero li ucciderebbero su quegli stessi altari dove pregano.
  5. Non rubare: questo, Tito dice di averlo rispettato, “vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie di quelli che avevan rubato. Ma io, senza legge, rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio”.
  6. Non disperdere il seme, ossia non avere rapporti carnali che non servano alla procreazione: “Poi la voglia svanisce e il figlio rimane e tanti ne uccide la fame. Io, forse, ho confuso il piacere e l’amore: ma non ho creato dolore.”
  7. Non dire falsa testimonianza: “e aiutali a uccidere un uomo”.
  8. Non uccidere: “guardatela oggi questa legge di Dio”. Gli uomini di Chiesa stanno uccidendo addirittura il figlio di Dio.
  9. E anche 10: Non desiderare la roba degli altri, non desiderarne la sposa. Come dice Tito, “ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi che hanno una donna e qualcosa. L’invidia di ieri non è già finita. Stasera vi invidio la vita”.

E arriva, finalmente, la liberazione. La morte. Unica maniera per liberare Tito dalla sofferenza che quel Dio gli ha costretto.

Tuttavia, il ladrone, malvagio, simbolo del non pentimento fino alla fine, prova compassione per Gesù. Ma non Gesù in quanto Dio, badate bene. No, Gesù in questo uomo.

“Io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore”.

Laudate dominum


L’album si chiude con un altro Laudate dominum, un altro “Lodate il Signore”. Questa volta non è solo strumentale. Il suono è sempre da carmina burana, è sempre un coro ecclesiastico.

E, a differenza da quel che possiamo pensare, non è una lode a Dio.

È una lode a Gesù, al Gesù uomo. Il Gesù che mostra il suo aspetto fatto di carne e sofferenza, che si abbassa al livello di quegli uomini che a suo padre piace comandare e vedere soffrire.

Non voglio pensarti figlio di Dio,
ma figlio dell’uomo, fratello anche mio.

Questa è la frase ricorrente nella lode a Dio – atipica. Tu non sei figlio di Dio. Lo potrai anche essere ontologicamente. Ma mentre muori, mentre soffri, mentre bevi aceto, mentre ti trafiggono con una lancia, mentre di frustano, mentre ti mettono una corona di spine, mentre cadi portando una croce sul Golgota, mentre patisci tutto questo non sei più figlio di Dio.

Il tuo Dio ti ha abbandonato. Esattamente come ha abbandonato tutti noi, dai tempi di Adamo ed Eva. È quel Dio che si diverte a vedere Caino che ammazza Abele, senza intervenire, per poi punirlo. È quel Dio a cui piace vedere Abramo che sta per uccidere Isacco, solo per avere una prova in più della sua incrollabile fede.

Dio, quello che mette la tentazione negli uomini, quello che, onnipotente, non ferma il diavolo.

Si deus est, unde malum?, si chiedeva Sant’Agostino. Non lo sappiamo.

Forse Dio non c’è, forse Dio è malvagio quanto il diavolo.

Dio ha mandato quel suo figlio in terra solo per sacrificarlo per noi. Ma, nel momento in cui si compie il suo sacrificio, quell’uomo gracile e sofferente non è più figlio di Dio.

Dio l’ha abbandonato.

Gesù di Nazareth, mentre muore, è figlio dell’uomo. Fratello nostro.

Laudate hominem.