Descrivere la figura del progettista, o designer, è un compito faticoso, che non può prescindere dal rapporto che esso ha con la committenza.

Cos’è la committenza?

La figura del designer è sempre, purtroppo o per fortuna, abbracciata da un sottile velo che, spesso, ammaglia le scelte progettuali e lavorative.
Per tutti, questa è la committenza.

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Chi è il designer?

Ormai radicato in tutte le aree lavorative, il design accompagna sempre più le scelte aziendali verso una cultura incentrata sul consumatore e sulla qualità che quest’ultimo esige. L’ingresso del designer in un’azienda ha, molte volte, come vincolo, il compimento di idee di successo. Dall’introduzione di nuovi prodotti al miglioramento di quelli già esistenti. Un po’ come una grande casa cinematografica che pretende l’oscar dall’ultima star ingaggiata. Questo, però, nel corso del tempo, ha contribuito ad allungare quella sottile linea che divideva il designer di uno studio da quello di un’azienda, da sempre strettamente correlate.

I due modelli

È agli anni ’90, dunque, che dobbiamo la formazione di due grandi modelli di collaborazione. Il primo è il modello Made in Italy. Presuppone una precisa e diplomatica interazione studio esterno-azienda produttrice e vede la condivisione di poche altre grandi aziende estere (Vitra ed Apple, ad esempio). Il secondo è il modello USA, scandito dall’azienda stessa che riesce, quasi da studente modello, a vanificare il binomio e ad inglobare tutto sotto la propria ala. Però, poiché la relazione tra design e management è piuttosto problematica e, alla base di tutto ciò, c’è la difficoltà del design ad essere gestito perché concepito come elemento di marketing, la scissione è stata sempre più evidente. Ne è un esempio lampante Jony Ive. Dopo quasi 30 anni in Apple, ha deciso di dare vita a LoveFrom, uno studio indipendente che continuerà, seppur saltuariamente, a collaborare con l’azienda di Cupertino.

L’esempio della Herman Miller

La Herman Miller, storica azienda design-based statunitense focalizzata sulla produzione di mobili da ufficio, è la sintesi di quel modello indipendente che, solo in rare eccezioni, si piega alla volontà di un designer esterno, includendo, al massimo, una relazione a “breve termine”.

“La strategia di base è molto semplice. Riflette quanto già sostenuto dal punto di vista teorico. L’azienda deve sviluppare internamente i progetti che richiedono competenze possedute dai designer interni ed esternalizzare quelle attività per le quali non possiede skills adeguate”.

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E di Frog Design

Dall’altro lato, invece, abbiamo la versatilità di Frog Design, studio di industrial design ora etichettatosi in strategic-creative consultancy. Questo pone l’attenzione anche ad un approccio a “lungo termine”, con la differenza che non si pone passivamente, aspettando di ricevere specifiche indicazioni dall’azienda, ma, una volta compresa la problematica, propone attivamente delle soluzioni.

È la situazione opposta: sono i progettisti che cercano l’azienda, e non il contrario.
In entrambi i casi, la scelta dello studio da parte dell’azienda (e viceversa) non rappresenta una fase di compenso economico, per cui, qualora lo studio non dovesse avere i mezzi e le dimensioni necessarie per poter sviluppare un progetto, sarebbe il solo ad essere svantaggiato.

La domanda sorge dunque spontanea. La condizione di trovarsi dentro un flipper rappresenta l’appagamento della figura professionale oppure la sua alienazione?

Giovanni Cimino, Gianluca Capozzo