Senso di malessere, depressione, ansia, infelicità immotivata, senso di vuoto e angoscia. Sono queste alcune delle sensazioni legate ai disturbi depressivi e ansiosi che sono in aumento nella società. La ricerca condotta da Kaspersky Lab e dalla società di ricerca Censuswide ha dimostrato che siamo in presenza di un’epidemia di ansia. L’87% degli appartenenti alla Generazione Z (nati tra il 1995 e il 2010) si sentono ansiosi riguardo a qualche aspetto della loro vita o di loro stessi.

I dati dell’indagine

La ricerca che è stata condotta nel febbraio 2018 su un campione di mille giovani del Regno Unito ha messo in luce come l’aspetto fisico sia tra le principali motivazioni che generano ansia, insieme alle relazioni e alla prospettiva di carriera e stabilità economica. Un altro fattore centrale che emerge dall’indagine è l’importanza che i social media hanno nella percezione dei giovani di loro stessi, contribuendo a generare nuove forme d’ansia. Timore di ricevere pochi like, commenti negativi o di subire cyberbullismo.

Il 98% degli intervistati afferma che ricevere tanti like o commenti positivi ad un post li faccia sentire bene con se stessi e soddisfatti. Però, allo stesso tempo, il continuo confronto a cui sono sottoposti genera l’ansia di essere lasciati fuori da avvenimenti importanti, di non essere abbastanza attivi o dinamici arrivando a procurare sensazioni di gelosia, senso di inferiorità e solitudine.

L’influenza dei social

I social hanno modificato in maniera piuttosto radicale lo stile di vita dei millennials, introducendo una ricerca all’accuratezza e veicolando spesso un’immagine irrealistica di perfezione con la quale confrontarsi continuamente. Secondo un’inchiesta condotta dal Guardian, l’infelicità nei giovani sarebbe infatti per gran parte conseguenza dello stile di vita contemporaneo. Non solamente più un fattore ambientale e genetico.

Sodexo, società che si occupa di servizi finalizzati a migliorare la qualità della vita, in un recente sondaggio dimostra che i giovani insoddisfatti della propria vita in Italia sono il 62%, in India l’82%, in Cina il 76% e nel Regno Unito il 75%. Mentre secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la depressione giovanile è in crescita costante e si presume che nel 2030 sarà la patologia cronica più diffusa.

Ma quali soluzioni?

Kaspersky Lab non ha solo condotto la ricerca ma ha lanciato un’iniziativa insieme all’associazione benefica per i giovani digitali “The Mix”, dal titolo “#andOwningIt” per cercare di contribuire alla sensibilizzazione del fenomeno. Questo significa aiutare le nuove generazioni a prendere dimestichezza con le loro insicurezze e dimostrare che non ci sono barriere che impediscano loro di essere felici e di successo.

Ma questa iniziativa non è l’unica. “Dove progetto autostima” è una campagna benefica lanciata dal noto marchio come sfida formativa verso insegnanti, educatori e giovani, per istruire ad una consapevole percezione di sé e del proprio valore. Inoltre tanti artisti si stanno impegnando per la sensibilizzazione su questo tema, svelando di soffrire loro stessi in primis di questi disturbi. Un coming out collettivo che sicuramente può essere d’aiuto per arginare lo stigma sociale.

Lauv e Billie Eilish, due cantanti di spicco nell’attuale panorama musicale e molto vicini ai giovani, hanno intrapreso una nuova campagna. Si intitola “Seize the Awkward” ed è un’iniziativa in favore della salute mentale, in collaborazione con Ad Council. La campagna si occupa principalmente di incoraggiare i giovani a scatenare una conversazione positiva e aperta sull’argomento, dando voce a storie potenti da cui poter imparare. Anche nel mondo delle serie tv, si sta compiendo un efficace processo di sensibilizzazione, grazie a personaggi e trame che in maniera velata o più esplicita raccontano il tema senza filtri e senza paure. BoJack Horseman per esempio.

Parlarne, parlarne, parlarne. Abbattere un taboo sociale non è mai cosa da poco. Ma il buon vecchio metodo della comprensione può essere d’aiuto almeno per introdurre un dialogo onesto e senza pregiudizi da cui poi partire a cercare strumenti e aiuto. “Non sto bene”. “Neanche io ma pensavo di essere l’unico.” E invece no.