E’ un’aria diversa quella che si respira per le vie delle città in questo marzo appena iniziato. Per le strade vuote il rombo di poche macchine tiene compagnia al fruscio degli alberi che timidamente mostrano il verde delle prime foglie e le persone, quelle poche coraggiose, camminano a passo svelto rase ai muri con il volto avvolto tra sciarpe e mascherine e tenendo lo sguardo basso rivolto a terra velocemente se ne vanno via.

Qualche giornale svolazza leggero sopra i marciapiedi e riporta sulle prime pagine una parola strana, una parola nuova, arrivata da lontano e che i caratteri mobili della stampa in nero fanno risaltare sul bianco della carta: “CORONAVIRUS”. Tu in fondo non ci hai mai creduto a queste cose, sei sempre stato razionale e il panico e la psicosi generale non ti hanno mai fatto perdere il senso delle cose. Sai bene i dati che quotidianamente i bollettini medici riportano e sai bene quanto sia leggero questo virus, nulla più di una banale influenza alcuni dicono.

Sì è vero, ci sono voci che dicono sia molto peggio, ma tu stai bene tutto sommato e in fondo non ti è mai interessato più di tanto del resto. Accade un giorno, uno come tanti altri, che ti alzi dal letto la mattina e ti senti più debole del solito, più indolenzito dell’usuale. “E’ normale” pensi “di questi ritmi che seguo, dormire così poche ore non fa bene.” E tranquillo continui a fare colazione, e tranquillo continui la tua vita di sempre. Poi a pranzo stranamente non hai troppo appetito, abituato come eri a mangiare a volontà, ti accorgi che le poche cose che riesci a mandar giù sono qualche grissino e foglia di insalata, ma ci presti poca attenzione, impegnato come sei con la tua agenda piena.

Arriva la sera ed un mal di testa insolito inizia a farti compagnia, pensi “chissà, certo che stare al computer tutto il giorno non fa bene” e continui con la tua vita di sempre. I giorni passano, ma la stanchezza non ti abbandona, quel leggero mal di testa si è trasformato in un pesante macigno che ti schiaccia la fronte e lo stomaco chiuso sopporta più nulla che leggere minestrine.

D’un tratto ti ricordi di quelle parole sentite al TG e un brivido ti percorre tutto il corpo. Tu in quel virus tanto contagioso in fondo non ci avevi mai creduto, ma ora la paura ti assale e la ragione vacilla lasciandoti solo con quelli che ormai non sono altro che i sintomi della malattia. Sbianchi all’idea di essere un nuovo contagiato, i medici dicono che il periodo di incubazione duri fino a quindici giorni e inizi ferocemente a ripercorrere tutti questi attimi, pensi a tutte le persone con cui hai parlato a tutte le cose che hai toccato, a tutti i mezzi che hai preso, cerchi disperatamente di trovare l’errore che hai commesso, dove ti sei dimenticato di seguire i consigli dei medici, dove hai mangiato senza lavarti le mani. “Forse quella volta sulla metro?”, “No dev’essere stato quel signore al supermercato”, “Ma no, non mi sembra… Non è possibile”.

Continui a pensare e a cercare, ma incredulo non trovi nulla, hai sempre fatto ciò che andava fatto, hai sempre preso le giuste precauzioni. Disperi ormai, credendo di non aver più speranze. I dati dicono che la mortalità sia sotto l’1%, ma tu infondo non ci hai mai creduto nei dati, hai fatto sempre di testa tua, ma ormai sei lì e ti vedi già chiuso in quarantena in qualche ospedale militare lontano dal mondo o peggio pensi che non ci sia più nulla da fare e conti già i giorni che ti separano dai tigli verdi.

Non ci sono farmaci che ti possano curare, non ci sono cure per questo male. Disperato pensi alla tua giovinezza, pensi ai tuoi cari, a quello che volevi dal futuro, a tutte le cose che non hai detto o fatto mai e che timidamente avevi lasciato scritto su un bigliettino che tieni nel comodino vicino al letto, pensi ad ogni cosa che avresti voluto e pensi a tutto. E pensi a lei. Ah sì. Lei. Lei che è così bella per essere descritta dalle parole che conosciamo, che ci vorrebbero ore per star lì ad ammirarla, lei che è dolce in tutto quello che fa e dice, lei che natura ha fatto immagine della sua grandiosità, lei con quegli occhi da cui lancia frecce al tuo cuore e quelle labbra che gridano passione, con quel viso che ricorda una dea e quel corpo che sicuramente non è terreno.

Lei, che quando è lì arrossisci come un peperone e le parole non ti escono più e vorresti che non ci fosse null’altro, che il mondo si fermasse per un istante e che tu potessi vivere per sempre quel momento con lei. Lei, che quando non c’è, un dolore forte ti prende il petto e il tuo pensiero indomito sfugge via lontano a cercare lei, e allora non riesci più a concentrarti su nulla. La fame ti viene meno e l’appetito passa in secondo piano perché ormai lei è ogni pensiero. E lei è bellissima. Davvero.

Un secondo dopo ti accorgi di una cosa, colleghi velocemente in un attimo di razionalità i pochi pensieri lucidi che correvano nella tua mente. I sintomi che senti coincidono stranamente quelli di un’altra malattia, più pericolosa del virus. Non era Covid-19 il malanno che avevi preso. Peggio ti aveva colpito e questo comunemente lo chiamiamo Amore. Ma non sai se essere contento o disperarti ancora di più poiché la scienza ci aiuta contro il primo, ma la natura ci ha lasciati soli contro il secondo e noi, come un cavaliere che affronta il drago, con le poche forze che abbiamo, cerchiamo di sopravvivere e di sconfiggerlo per poter raggiungere la nostra damigella. Dunque non era un male venuto da lontano a svuotare le città, a spaventare le persone, ma era il solito Amore travestito, se mai, da mendicante orientale. Amate! Dunque, in questo marzo freddoloso alle porte della primavera, amate! Sempre, ché non c’è nulla di più dolce.

I giornali leggeri svolazzavano ancora sospinti dall’ultima brezza della sera, mentre il sole sprofondava oltre l’ultimo orizzonte, il silenzio circondava ogni cosa e come l’oggi il domani.