Silenzio.


L’immagine parla, ci presenta il fatto, ci riporta al 1822. L’eccidio della popolazione dell’isola greca di Chio, brutalmente devastata, sterminata, trucidata dall’esercito dai soldati turchi durante quella che fu la drammatica lotta di indipendenza del popolo greco per guadagnare l’indipendenza rispetto all’impero turco ottomano.
Pochi i sopravvissuti, se così si possono chiamare. Uomini, donne, bambini che hanno visto la morte da vicino, ora in procinto di essere imbarcati e venduti come schiavi: la schiavitù o la morte.

In questo scenario di disperazione e morte, due bambini, forse due fratelli, si stringono l’uno all’altro. Sembrano salutarsi per l’ultima volta. Ma mentre il più a destra chiude gli occhi, forse già prefissando l’oblio, l’altro guarda in alto alla ricerca di qualcosa di cui è stato privato.

 

I profughi di Parga

Sulla scia del filellenismo romantico, si pone anche la tela di Francesco Hayez,
I profughi di Parga, dove il pittore veneziano ritrae un’altra triste vicenda del popolo greco.

Ma queste immagini che ritraggono uomini ammassati l’uno sull’altro in questo ambiente mediterraneo come non possono non riportarci al nostro triste presente ? A tutte quelle notizie che ogni giorno affollano le pagine dei giornali?

Documentare visivamente e portare all’attenzione del pubblico con la forza di un’icona la tragicità di questi episodi, privandoli di tutta quella vacua retorica della parola, è l’obiettivo di molti nuovi artisti anche di fama internazionale.

Ode to the Perished

È il caso dell’artista danese Nikolaj Bendix Skyum Larsen. Ha portato avanti la sua opera di ricordo dei migranti morti in mare, inaugurata con il progetto “Ode to the Perished”, realizzato nel 2011 in Grecia, con un’altra installazione sottomarina, “End of Dreams”.
Nel 2014, furono collocate in Calabria, nella località “Pizzapunti” a Pizzo Calabro (Vibo Valentia), 48 sculture antropomorfe costituite da materiale organico che, durante i 4 mesi in cui rimasero immerse in acqua, si trasformò, mutando necessariamente la fisionomia di queste statue così come inevitabilmente muta la fisionomia dei cadaveri, che affondano all’interno di lenzuoli.


E pensando a una scultura che vuole dire, documentare, ricordare non posso non rivolgere la mia attenzione a quella scultura definita dal suo artefice “la scultura  di tutti, fortemente partecipata”.

Mi riferisco ad un’opera di Jacopo Cardillo, in arte Jago, scultore originario di Frosinone, classe 1989, che attualmente risiede e lavora a New York.
Proprio dal suo laboratorio di New York, giunge e viene inaugurato, nella giornata del 21 dicembre, a Napoli nella chiesa di San Severo Fuori le Mura nel Rione Sanità, “Il Figlio Velato”, ispirata al “Cristo Velato” di SanMartino.

L’artista scrive “per me era interessante partire da quella immagine consolidata per poter portare una storia diversa. Il Cristo Velato è un uomo che consapevolmente si è sacrificato per il bene dell’umanità. Il figlio velato non è un santo, non è un’immagine religiosa. È un bambino vittima della nostra inconsapevolezza e della consapevolezza
di chi compie certi gesti. È un figlio, perché è di tutti”.

Dunque un’opera che ci parla di tutti i bambini innocenti, che perdono la vita durante le stragi di guerra, le migrazioni in mare. Ma anche di tutti quei bambini che nella stessa città di Napoli finiscono per diventare vittime di un sistema socio-culturale corrotto e malsano.

Perché, come afferma Jago, anche se “l’arte non potrà cambiare gli eventi, non potrà fermare le atrocità, può però schierarsi dalla parte della bellezza, può evocare una fratellanza“.