Le cause della Seconda Guerra Mondiale: un argomento non facile da analizzare, soprattutto perché va molto più in là delle solite ragioni spiegate a scuola. Certo, è colpa di fascismo e nazismo. Certo, senza i totalitarismi non sarebbe successo. Tuttavia considerare solo questi due aspetti come cause della Seconda Guerra Mondiale sembra quantomeno limitante.

Fior di studiosi considerano le due guerre mondiali come un’unica grande guerra, date le notevoli connessioni fra la prima e la seconda. Senza dubbio la maniera di combattere fu radicalmente diversa – basti pensare al coinvolgimento dei civili o all’uso di aerei e trincee -, però, tra le cause della Seconda Guerra Mondiale, la principale è senza dubbio la pace di Versailles. Questa, come altre cause – clima di delusione, disfatta economica, crisi del 1929, e via dicendo – saranno analizzate nei paragrafi seguenti.

Introduzione

Il ventesimo secolo è per metà occupato dalle due guerre mondiali, tanto cruente e tanto vicine da sconvolgere la società nelle sue radici. Sono state un fenomeno così invadente, così totalizzante, da restituire, nel secondo dopoguerra, una situazione sociale, politica ed economica tanto diversa da far sembrare che fossero trascorsi secoli, e non decenni.

Il Novecento iniziò con le promesse di razionalità, di progresso, che avevano caratterizzato la fine del secolo precedente, con le gioie della belle époque e le luci del Positivismo, dell’industrializzazione, dell’innovazione tecnologica, nonostante le ombre della vita bohémienne, che, tra i suoi eccessi degradanti, manteneva comunque uno sfondo di ottimismo e di voglia di festeggiare, di eccedere.

Neanche cinquant’anni dopo, il mondo, e in particolare il Vecchio Continente, si ritrovarono devastati, prostrati da due guerre considerabili come un unico grande massacro, con la definitiva morte di quegli ideali luminosi, ma tristemente rivelatisi utopici. Le promesse, e le premesse, che avevano pervaso la vita tardo-ottocentesca, dovettero fare i conti con la realtà umana, fatta di sentimenti, di irrazionalità, di crudezza, di malvagità. L’uomo si dimostrò non essere un dio in potenza, ma un diavolo in atto. La speranza venne uccisa dalla carne e dal sangue, dalla polvere e dal fuoco. Da qui la necessità di analizzare le cause della Seconda Guerra Mondiale.

L’orrore dei totalitarismi

In quei drammatici sei lustri, dal 1915 al 1945, protagonisti furono i totalitarismi, dalle estreme sinistre sovietiche alle estreme destre italiane, tedesche e spagnole. Lo “spettro del comunismo” di cui parlava Marx trionfò in un solo Paese e fu schiantato nel resto del mondo, spesso giungendo all’estremo opposto. Gli ideali del 14 luglio furono cancellati dalla volontà di autorità che pervase prima i popoli, poi i governanti.

Comparvero i primi Stati totalitari, per la prima volta nella storia. Capaci, per indottrinamento, mezzi, forza e capacità, di invadere ogni aspetto della vita quotidiana, di controllare e organizzare l’intera esistenza umana. Vittime furono libertà, verità e giustizia, fondamenti di ogni governo legittimo. E tutto questo accade, in un terribile ossimoro, nell’Italia degli artisti e della Chiesa, e nella Germania dei filosofi. Nello Stato tedesco si vide in maniera emblematica la coesistenza di uno dei più grandi pensatori della storia, Heidegger, e di una delle peggiori forze di governo di tutti i tempi, il nazismo. La Germania, casa di Kant, Hegel, Fichte, Schiller, Marx, Nietzsche, tra gli altri, pensò le Leggi di Norimberga. Lo stesso Heidegger aderì al nazismo, costringendo la sua amante, tal Hannah Arendt, alla fuga negli States.

Proprio per il loro legame con società ed economia, i due totalitarismi di cui andremo a trattare, nazismo e fascismo, – tra le principali cause della Seconda Guerra Mondiale – non possono essere analizzati in maniera assoluta, ma vanno considerati in relazione alle idee, alle condizioni socio-economiche, alla politica, di quel tempo. La storia non è composta solo di fatti, ma di uomini e idee, carne e cervello, soldi e relazioni; questi elementi non vanno pertanto trascurati al fine di comporre un’analisi completa, seppure nella sua, inevitabile, brevità.

Il progresso

L’evoluzione scientifica

Dopo i disordini dell’epoca napoleonica e post-napoleonica, l’Europa vide un periodo di crescita economica, nonostante un ventennio di relativa stagnazione. La seconda rivoluzione industriale aveva portato a un’esplosione della disponibilità dei prodotti e, grazie alla scoperta di nuove tecnologie, come fibre artificiali a bassissimo costo per il settore tessile, i prezzi divennero più accessibili per tutti. Sempre a cavallo del ‘900, Thompson e Rutherford fondarono la fisica atomica, Planck formulò le basi della fisica quantistica e, nel 1905, Einstein enunciò la teoria della relatività. Alla fine dell’800, inoltre, Sigmund Freud iniziò i primi studi sulla psicanalisi.

L’istruzione non venne più considerata un bene elitario, riservato a pochi, ma un’opportunità da offrire a tutti i cittadini: si mirava ad azzerare il tasso di analfabetismo, ormai considerata una vera e propria piaga sociale. Comparvero illuminazione elettrica e automobile. L’acqua potabile divenne anch’essa un bene più diffuso. I mezzi di comunicazione iniziarono a evolvere, a diventare di massa, quindi mass media. Proprio questi, come vedremo, furono importanti diffusori della propaganda, una delle principali cause della Seconda Guerra Mondiale.

Il cambiamento nella produzione industriale

Sistemi produttivi come taylorismo e fordismo portarono a un enorme incremento nella capacità produttiva delle aziende. Il taylorismo, fondato sugli studi dell’economista Taylor prevedeva l’analisi delle fasi produttive e la scomposizione delle stesse in piccole parti, assegnate poi a un lavoratore adatto a svolgere quelle mansioni, spesso con l’ausilio di una macchina. Subentrò quindi un vero e proprio studio scientifico dietro alla produzione industriale, che portò a un sistema nel quale i lavoratori non dovevano far altro che svolgere mansioni semplici e ridotte per un’infinità di volte nell’arco di una stessa giornata. Oltre a velocizzare, e quindi aumentare, la capacità produttiva, questo portava a un crollo dei costi di produzione, in quanto le mansioni erano così semplici da poter essere svolte da chiunque, non necessariamente un operaio specializzato, con certe competenze.

Si generò una radicale perdita del potere contrattuale da parte della popolazione attiva, e un conseguente crollo dei salari. Tutto questo potrà sembrare drammatico, ma fu accompagnato da un crollo dei prezzi, che rese la merce accessibile anche a quegli stessi lavoratori che guadagnavano di meno. Questo meccanismo venne ben compreso da Henry Ford, fondatore dell’omonima casa automobilistica, che realizzò la prima catena di montaggio, su larghissima scala, arrivando a calcolare con precisione esatta ogni movimento corporeo che il lavoratore avrebbe compiuto. A questa precisione maniacale, che portava a un enorme stress lavorativo, si accompagnò un aumento di stipendio, con il pagamento del lavoro a cottimo.

Usando questo sistema, Ford produsse il celebre Modello T, un’auto semplicissima e a prezzo veramente basso, posseduta da praticamente tutti gli operai, quegli stessi che di giorno lavoravano per produrla.

I progressi sociali

Parallelamente, anche se in misura ridotta, anche le assicurazioni sociali crebbero. Le battaglie sindacali portarono ad assicurazioni contro gli infortuni e di previdenza per la vecchiaia, nonché, in alcuni, limitati, casi, a sussidi di disoccupazione. Vennero posti limiti all’orario di lavoro e al lavoro minorile.

Il positivismo

L’altra grande speranza, l’altra prospettiva di luce, venne fornita dal Positivismo, quel movimento di pensiero che si diffuse a partire dalla metà dell’Ottocento e fu l’espressione ideologica della nuova organizzazione industriale della società borghese e del conseguente sviluppo della ricerca scientifica e delle applicazioni tecnologiche. Esso portò al rifiuto di ogni concezione religiosa, metafisica o idealistica e alla convinzione che tutto il reale sia un gioco di forze materiali, fisiche, chimiche, biologiche, regolate da ferree leggi meccaniche spiegabili scientificamente.

Il pensatore da cui trasse i fondamenti fu Hippolyte Taine. Egli affermò che “il vizio e la virtù sono dei prodotti come il vetriolo e lo zucchero”, cioè che i fenomeni spirituali sono prodotti della fisiologia umana e sono determinati dall’ambiente fisico in cui l’uomo vive. Da qui conseguì la sua idea del romanzo e della critica come “una grande inchiesta sull’uomo, su tutte le varietà, tutte le situazioni, tutte le fioriture, tutte le degenerazioni della natura umana”; essi, “per la loro serietà, il loro metodo, la loro esattezza rigorosa”, “si avvicinano alla scienza”. Taine auspicava che la letteratura si assumesse il compito di un’analisi scientifica della realtà, sulla base del principio deterministico dell’influenza della razza, dell’ambiente, e del momento storico.

Il Naturalismo, il lato artistico del Positivismo

Figure fondamentali divennero gli scrittori, i quali, come sostenne Zola, esponente del Naturalismo, corrente letteraria fondantesi sul Positivismo, dovevano applicare il metodo sperimentale anche alla sfera spirituale, agli atti intellettuali e passionali dell’uomo. Il presupposto era appunto che anche le qualità spirituali fossero un dato di natura come quelle fisiche, e che leggi fisse, deterministiche, reggessero il funzionamento del pensiero e dei sentimenti. Il fine della scienza sperimentale era far sì che l’uomo diventasse padrone dei fenomeni per dominarli.

Al tempo stesso, il fine del romanzo sperimentale era impadronirsi dei meccanismi psicologici per poi poterli dirigere. Quando si fosse poi giunti a possedere le leggi generali dell’agire umano, si sarebbe dovuto solo operare in conformità sugli individui e sugli ambienti per migliorare le condizioni della società. Il romanziere aveva quindi il compito di aiutare le scienze politiche ed economiche nel regolare la società ed eliminare le sue storture, fornendo ai legislatori e ai politici gli strumenti per dirigere i fenomeni sociali.

Grazie al Positivismo si riteneva quindi di poter operare sugli uomini, e quindi sulle leggi e sulla morale, con scientificità esatta, quella stessa scientificità che in campo produttivo e tecnologico consentiva a tutti di avere un tenore di vita più alto. Giustizia e benessere, what else?

Il capitalismo come una delle principali cause della Seconda Guerra Mondiale

Le delusioni arrivarono, ovviamente, dall’uomo: la materia è oggetto, fissa, non delude e non sorprende. Per meglio comprendere il sentimento di disillusione – altra parte importante delle cause della Seconda Guerra Mondiale – che si diffuse, soprattutto in seguito alla Prima Guerra Mondiale, bisogna analizzare il capitalismo nella sua struttura, e nelle conseguenze che da essa derivarono. A tal proposito si rivelano studi fondamentali le analisi di Walt Whitman RostowThe Stages of Economic Growth – e Alexander GerschenkronEconomic Backwardness in Historical Perspective. I due economisti studiarono l’evoluzione dell’industrializzazione nei vari Paesi. In particolare Rostow coniò il modello standard, valido per gli Stati che per primi giunsero all’industrializzazione, e Gerschenkron si concentrò sulle nazioni che giunsero al boom più tardi, e quindi dovettero seguire strade diverse.

Gli studi di Rostow

La crescita economica, secondo Rostow, avvenne in cinque fasi:

  1. Epoca di partenza: ritmi di produzione lenti, vincolati più all’estensione che all’intensità. Consente tuttavia un accumulo di manodopera, necessario per le fasi successive.
  2. Creazione dei presupposti: si vengono a formare le basi per il successivo decollo. Il capitalismo agrario, coi grandi latifondisti interessati all’investimento nella ricerca, produce un accumulo di capitali, una discreta floridità dei commerci e bassa tassazione e regolamentazione della produzione consentono di creare i presupposti per l’esplosione economica.
  3. Take-off: la produzione avviene in aziende sempre più grosse, con le modalità descritte da taylorismo e fordismo.
  4. Maturità: l’economia dimostra di saper andare oltre la fase di decollo e si stabilizza, allargandosi su mercati sempre più ampi e con crescenti capacità organizzative e tecniche.
  5. Consumo di massa: si viene a creare l’odierna società di consumo, con settori guida via via sempre più produttivi e un aumento dell’offerta di servizi.

Le correzioni di Gerschenkron

Gerschenkron evidenziò come i Paesi che arrivarono in ritardo all’industrializzazione non poterono seguire le stesse fasi per via dell’eccessiva concorrenza delle aziende straniere. Le industrie italiane, tedesche e russe non avevano la capacità, per via di tecnologie, conoscenze e capitali inferiori, di offrire al mercato prezzi di pari qualità e prezzo, e rischiavano quindi di venire spazzate via non appena create. Necessitarono quindi fin da subito dell’intervento dello Stato, che le aiutasse con incentivi economici e con forme di protezionismo, imponendo tasse sui prodotti stranieri sufficienti a renderli meno convenienti dei locali. Non comparve pertanto la fase liberista che creava una componente necessaria nel modello standard, ma vi fu dal principio grande statalismo.

Le conseguenze secondo i due schemi

Il protezionismo però ha notevoli risvolti negativi: crea infatti inevitabili tensioni nelle relazioni internazionali, in quanto nessuno accetta di buon grado tassazioni rilevanti sulle proprie merci. Inoltre, alle crisi diplomatiche si accompagnarono sentimenti di odio trans-nazionale – di certo non una novità, tra le cause della Seconda Guerra Mondiale – a livello di popolazione, che portarono alla Prima Guerra Mondiale e al crollo di quegli ideali e quelle speranze che tanto avevano animato l’Ottocento.

Anche la quarta fase del modello di Rostow non è da sottovalutare: per produrre in scala sempre crescente ed evitare stagnazione, o addirittura recessione, un’economia ha sempre bisogno di nuovi mercati su cui espandersi. Questi mercati non poterono che giungere attraverso il fenomeno dell’imperialismo, che caratterizzò i decenni a cavallo del Novecento, e portò a ulteriori tensioni internazionali che sfociarono nella Grande Guerra.

Per i motivi sopracitati si diffusero innumerevoli studi sulla natura dell’imperialismo, diversi per idee filosofiche e politiche, dei quali nelle prossime righe tenterò di dare una breve ma significativa sintesi.

L’imperialismo

Il primo fu Hobson, che vide nell’imperialismo lo spostamento della concorrenza fra gli Stati dal piano economico a quello politico-militare, col tramonto del libero scambio e degli ideali di concorrenza pacifica, e la ricerca di nuovi mercati da cui escludere i concorrenti. Simili furono le idee del socialista austriaco Hilferding, che ritenne le guerre coloniali come conseguenza dell’aumento d’importanza del capitalismo finanziario, che necessitava di luoghi ove investire.

Visione pessimista fu quella di Lenin, che, nel saggio L’imperialismo: fase suprema del capitalismo, sostenne che l’imperialismo fosse lo stadio monopolistico del capitalismo, necessario allorquando la nascita di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti portò al bisogno di ripartirsi i mercati mondiali tra le potenze. Lenin, com’è chiaro, avrebbe considerato il capitalismo come la principale tra le cause della Seconda Guerra Mondiale.

Kautsky, anch’egli socialista, considerava l’imperialismo una sola, la peggiore, tra le conseguenze, e le politiche, legate al capitalismo, e che quindi questo andasse riformato, ma non necessariamente cancellato.

Il crollo del Positivismo

Altra grande fonte d’incertezza fu la dimostrazione concreta, in gran parte dovuta alla guerra e ai relativi disordini sociali, dell’inconsistenza materiale della filosofia positivista. La materia si dimostrò impossibile da dominare in tutti i suoi aspetti, l’uomo imprevedibile e crudele, la conoscenza irraggiungibile nella sua totalità. L’uomo non poteva controllare il mondo. Non completamente, almeno. Questo generò incertezza, e quindi paura. Crollarono gli ideali di luce e razionalità che l’Ottocento aveva proposto e promesso. Ne conseguirono ulteriori tensioni sociali, e un senso di disadattamento, di incapacità a trovare il proprio posto in società. C’era bisogno di sicurezza, e questa domanda si sicurezza si tramutò, come spesso accade, in domanda di autorità, e giunsero i fascismi.

La propaganda della Prima Guerra Mondiale: patria e gloria

La più grande delusione arrivò però dalla guerra, mitizzata dalla propaganda e rivelatasi in tutta la sua crudezza nella realtà. Promisero gloria e onore, e arrivarono mutilati e shell-shocked, i cosiddetti “scemi di guerra”. Le migliori descrizioni di questa delusione arrivano, a mio parere, dalla letteratura, in particolare dalla poesia inglese del primo dopoguerra, di cui riporto alcuni, significativi, passi.

The Soldier by R. Brooke

L’illusione garantita dalla propaganda evolve in Brooke in questo sonetto:

If I should die, think only this of me:
That there’s some corner of a foreign field
That is for ever England.  There shall be
In that rich earth a richer dust concealed;

A dust whom England bore, shaped, made aware,
Gave, once, her flowers to love, her ways to roam,
A body of England’s, breathing English air,
Washed by the rivers, blest by suns of home.

And think, this heart, all evil shed away,
A pulse in the eternal mind, no less
Gives somewhere back the thoughts by England given;

Her sights and sounds; dreams happy as her day;
And laughter, learnt of friends; and gentleness,
In hearts at peace, under an English heaven.

Qui la traduzione.

La fine dei sogni di gloria

Si vedono i sogni di gloria, le speranze di vittoria, quasi il desiderio di immolarsi per la patria. Tutto ciò diviene, in Herbert Read, la descrizione degli orrori della vita di trincea:

His wild heart beats with painful sobs,
His strain’d hands clench an ice-cold rifle,
His aching jaws grip a hot parch’d tongue,
His wide eyes search unconsciously.

He cannot shriek.

Bloody saliva
Dribbles down his shapeless jacket.
I saw him stab
And stab again
A well-killed Boche.
This is the happy warrior,
This is he…

Qui la traduzione.

Dulce et Decorum est/ Pro patria mori

Infine, splendida sintesi viene compiuta nei suoi 28 versi da Wilfried Owen, forse il più celebre tra i poeti della guerra, che, al termine del suo componimento, accusa esplicitamente la propaganda, e la sua antica bugia: “Dulce et Decorum est/ Pro patria mori”. Morire per la patria si rivela non essere né dolce, né onorevole: la morte è morte, e morire tra gli orrori della guerra è orrendo.

Bent double, like old beggars under sacks,
Knock-kneed, coughing like hags, we cursed through sludge,
Till on the haunting flares we turned our backs
And towards our distant rest began to trudge.
Men marched asleep. Many had lost their boots
But limped on, blood-shod. All went lame; all blind;
Drunk with fatigue; deaf even to the hoots
Of tired, outstripped Five-Nines that dropped behind.

Gas! Gas! Quick, boys! – An ecstasy of fumbling,
Fitting the clumsy helmets just in time;
But someone still was yelling out and stumbling,
And flound’ring like a man in fire or lime. . .
Dim, through the misty panes and thick green light,
As under a green sea, I saw him drowning.
In all my dreams, before my helpless sight,
He plunges at me, guttering, choking, drowning.
If in some smothering dreams you too could pace
Behind the wagon that we flung him in,
And watch the white eyes writhing in his face,
His hanging face, like a devil’s sick of sin;
If you could hear, at every jolt, the blood
Come gargling from the froth-corrupted lungs,
Obscene as cancer, bitter as the cud
Of vile, incurable sores on innocent tongues,
My friend, you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
The old Lie; Dulce et Decorum est
Pro patria mori.

Consiglio inoltre la lettura di Glory of Women di Sigfried Sassoon, August 1914 di Isaac Rosenberg e My Sweet Old Etcetera di E.E. Cummings, tutte capaci di descrivere l’incidenza che la guerra ebbe sulla popolazione e sulla vita sociale di tutti i giorni, sconvolgendo fin nel cuore la quotidianità.

La situazione dopo la prima guerra mondiale

La Prima Guerra Mondiale lasciò quindi una società delusa, distrutta e da ricostruire. Questi elementi, da soli, non avrebbero forse portato ai totalitarismi, se non fossero state presenti anche alcune, radicali e forti, paure.

Com’era ovvio che fosse, la guerra lasciò tensioni internazionali, sia per il necessario riassestamento dopo il conflitto, a livello diplomatico ed economico, sia per i sentimenti di nazionalismo che uscirono dalle guerre non devastati, ma ulteriormente rafforzati. La Francia volle affermarsi sul continente, e per farlo premette affinché fossero inflitte durissime sanzioni alla Germania, che considerava sua unica rivale; ebbe l’appoggio dell’Inghilterra, che voleva invece il primato sui mari, fino a quel tempo conteso proprio dai tedeschi.

Complice anche la rivoluzione russa, e la mai doma rivalità con i sovietici, la Germania si sentiva accerchiata, e questo non contribuì ovviamente alla pace sociale. Va inoltre tenuta in considerazione l’incertezza derivante dall’economia, prima per l’incontrollabile inflazione, poi per la crisi del ’29, che si abbatté con enorme forza sui tedeschi per via degli investimenti statunitensi nel Paese dovuti al piano Dawes.

La situazione italiana

L’Italia dal canto suo era più solida economicamente, in quanto aveva vinto la guerra, ma era in preda a una radicale crisi sociale. V’era innanzitutto il malcontento della popolazione per un conflitto in cui avevano investito enormi energie, fisiche ed economiche, ma dalla quale avevano ricevuto null’altro che una “vittoria mutilata”. Questo tipo di insoddisfazione sfociò nell’Impresa di Fiume, quando, il 12 settembre del ’19, alcuni reparti dell’esercito, accompagnati da una folla di nazionalisti e disadattati, guidati da Gabriele d’Annunzio, occuparono la città dell’Istria e proclamarono la Reggenza del Carnaro.

Nitti tentò, invano, di riprendere in mano la situazione, sotto le pressioni internazionali, con la diplomazia. Giolitti, memore delle Radiose Giornate di maggio con cui d’Annunzio aveva fatto pressioni sul suo governo, recuperò il controllo con la forza, anche se in realtà non vi furono che pochissimi morti e una resa pressoché immediata.

La lotta di classe: lo spettro del comunismo

L’altra grande fonte di crisi era la lotta di classe che s’era ormai scatenata. Nelle fabbriche v’erano continui scioperi e occupazioni di operai, a cui i proprietari rispondevano con serrate. Anche nelle campagne i movimenti rossi dei braccianti, d’ispirazione comunista, misero in crisi i grandi latifondisti. Gli unici capaci di ristabilire l’ordine non erano le forze armate statali, bensì i gruppi di combattenti fascisti, rapidissimi nell’arrivare, colpire e andarsene prima dell’arrivo delle forze dell’ordine, grazie anche al connubio presente con le autorità. Il fatto che milizie autonome si sostituissero a quelle ufficiali, indica quanto lo Stato fosse in crisi. La confusione regnava anche a livello politico, dove, tra il 19 e il 22, si succedettero quattro governi, Nitti, Giolitti, Bonomi e Facta.

L’altro grande spauracchio, che riguardava tutta Europa, proveniva da est, molto a est, nella Russia che nel 1917 vide la rivoluzione comunista, capace di resistere anche all’armata bianca nel triennio 18-21. Lo spettro di cui parlava Marx era diventato realtà, anche se con modalità totalmente differenti da quelle pensate dal tedesco. Il mondo occidentale, fondato sulla proprietà privata e desideroso di mantenere lo status quo, iniziò a temere per la propria integrità, e a richiedere l’eliminazione delle forze di estrema sinistra, o addirittura extraparlamentari, come l’anarchia.

Una società di massa

Va infine ricordato che la venuta in essere di una società di massa, ove l’individuo non è che un atomo fra i tanti, insignificante, e dove le classi sociali, che fino a quel tempo avevano dato identità, scomparvero nella formazione di un’unica, enorme, classe media, portò a un generale spaesamento. L’individuo non sapeva più in cosa riconoscersi, soprattutto nelle realtà urbane, ove le relazioni umane erano scarse e meno strette della campagna. La classe operaia, presente e attiva, non era però che una minoranza, anche in quella Russia dove fu artefice e tutrice della rivoluzione. Per il resto della popolazione non v’era che una scelta: andare a comporre la classe media, una, vasta e indistinta.

Questo fu riscontrato anche a livello politico, dove scomparve il partito liberale, elitario, in favore di partiti di massa, come l’estrema destra o sinistra, e, nel secondo dopoguerra, la DC. A contribuire alla mancanza di solidità fu l’allargamento del suffragio, che divenne universale maschile, e consentì quindi alle masse, più influenzabili, di andare al voto.

I totalitarismi: la principale tra le cause della Seconda Guerra Mondiale?

Le conseguenze, com’è chiaro, furono i totalitarismi. In un periodo di simile incertezza, a un governo legittimo e legale si sostituì un governo efficace. Nazismo e fascismo resero poi, quando ne ebbero la forza, legale ciò che andava contro ogni ideale di giustizia, libertà e verità. Suscitarono le paure a dovere, in modo da potersi rafforzare e da giustificare le loro azioni. Limitavano la libertà in nome di un ideale, un futuro migliore, da raggiungere insieme, come nazione.

L’identità nazionale fu la grande forza di fascismo, prima, e nazismo, poi. Seppero dare un qualcosa in cui riconoscersi a due popoli completamente spaesati, distrutti, senza un futuro. Per farlo, occuparono in maniera totale ogni ambito dell’esistenza, e lo controllarono. Non era possibile fare nulla senza che lo sapessero. Istituendo un sistema del terrore, erano gli stessi cittadini a denunciarsi a vicenda prima di venire a loro volta denunciati. Ottennero il potere apparendo come forze nuove, capaci di eliminare le minacce, e lo mantennero diventando essi stessi una minaccia.

Il nazismo come risposta al comunismo russo

Per spiegare le relazioni tra comunismo e nazi-fascismo cito le parole di Ernst Nolte, studioso tedesco accusato anche di revisionismo:

Questo libro parte dall’ipotesi che il centro motore dei sentimenti e dell’ideologia di Hitler fosse effettivamente il suo rapporto di paura e di odio con il comunismo e che egli quindi esprimesse in maniera particolarmente intensa quello che numerosi contemporanei tedeschi e non tedeschi sentivano. Tutte queste sensazioni e tutti questi timori non sono quindi soltanto comprensibili, ma in gran parte anche popolari e fino ad un certo punto persino giustificati.

E ancora:

Si vuol ricordare che gli stessi partiti comunisti fra il 1919 e il 1935 erano ovunque partiti dell’insurrezione armata, che Lenin pensava che la borghesia in tutto il mondo fosse “esasperata fino alla pazzia”, che in tutta l’Europa ancora nel 1930 si tremava di paura e che il vicecommissario di guerra Frunze nel 1924 scriveva: “Con il semplice fatto della nostra esistenza seppelliamo i suoi fondamenti (quelli del vecchio mondo borghese), distruggiamo la sua stabilità e instilliamo quindi nei suoi rappresentanti il sentimento dell’odio più esasperato, della paura assurda e dell’inimicizia congenita verso ogni realtà sovietica”. [..] Nulla sarebbe più folle che ipotizzare che soltanto Hitler e un piccolo gruppo di uomini intorno a lui fossero tormentati da spettri immaginari.

In sintesi: il comunismo era una minaccia, tangibile, e il nazi-fascismo fu la reazione. Questo, ovviamente, non giustifica nulla di quei movimenti, ma rende chiaro come fu possibile che nella civilissima Europa si realizzassero tali orrori.

I nemici dell’ideologia di Hitler

In stretta relazione al fenomeno rosso è, nella concezione hitleriana, l’ebraismo, che il dittatore vedeva come “uno Stato nello Stato”, capace di insinuarsi fra le più alte sfere di potere e controllare la società, in attesa del momento giusto per la rivoluzione. Non sfuggiva a Hitler che lo stesso Marx fosse di origine ebraica.

Pericoloso, poiché intangibile, e quindi incontrollabile, era, per il Fuhrer, tutto ciò che richiamava un qualcosa di trascendente, o comunque immateriale. Si spiegano da qui i suoi scontri con la Chiesa, che si fece tuttavia sottomettere, al punto che il partito cattolico di centro si sciolse autonomamente, senza neanche essere minacciati, quando i nazisti giunsero al potere. Duramente condannata fu anche la psicanalisi, sia per le origini ebraiche del suo fondatore, Sigmund Freud, sia per l’immaterialità dell’argomento da essa studiato. L’austriaco dovette fuggire da Vienna nel 1938 per rifugiarsi a Londra, dove ottenne lo status di rifugiato politico.

Anche l’arte fu posta sotto controllo, con una rigidissima censura che riguardava principalmente cinema e opere scritte, ma non trascurò le accademie. L’arte divenne prevalentemente kitsch, anche se non nella misura in cui questo accadde nell’URSS, e divenne arte di regime, volta a esaltarlo.

Le differenze con il fascismo

Più moderato, in queste materie, fu il fascismo. Chiaramente non poteva opporsi alla Chiesa cattolica, molto più radicata nella cultura e nelle istituzioni di quanto non fosse in Germania ove il sentimento religioso era meno istituzionalizzato e, soprattutto, protestante. Da qui deriva la necessità dei Patti Lateranensi, volti a rendere il fascismo accettabile per le gerarchie ecclesiastiche e gradito per le masse cattoliche che componevano l’Italia. Hitler vedeva la Chiesa come un nemico, Mussolini come un instrumentum regni. Per quanto riguarda Freud, si racconta che Mussolini stesso, interessato ai suoi studi, avesse tentato di intercedere per lui, senza successo.

I culti dei totalitarismi

Violenza

In relazione ai nazionalismi insoddisfatti dopo la guerra, entrambi i totalitarismi fecero leva su questi sentimenti per giustificare il proprio operato e ottenere consensi. Ciò, inoltre, consentì loro di risolvere un problema sociale assai diffuso nel primo dopoguerra: quello dei reduci. Le violenze vissute nel ‘15-‘18 avevano segnato le popolazioni, e alcuni soldati ebbero gravi difficoltà a ritornare a una vita normale e reinserirsi in società. L’ “ubriacatura morale prodotta dalla guerra” di cui parlava Benedetto Croce venne incanalata nelle milizie di partito, composte quindi da gente violenta, ma anche capace e abituata a combattere, oltre che totalmente fedele e dedita al capo. Da qui deriva il culto della violenza, forse il più caratteristico dei totalitarismi, e probabilmente un’altra parte importante delle cause della Seconda Guerra Mondiale.

Quando la forza diventa violenza

Appare necessario a questo punto un discorso sulla forza, che necessariamente il diritto deve utilizzare. È infatti nella sanzione che il diritto si fa manifesto. Un ordinamento giuridico, qualsiasi esso sia, necessita di capacità coercitiva per poter sopravvivere: se uno Stato non fosse infatti in grado di costringere i suoi cittadini al rispetto delle regole che s’è posto, scomparirebbe in brevissimo tempo. Ciò che rende legittima, giusta, la forza esercitata dallo Stato è la razionalità che sta dietro alla coercizione che impone: per raggiungere un determinato fine, il rispetto delle regole, si pongono in essere determinati mezzi, le sanzioni, limitanti la libertà, ma studiati razionalmente e proporzionati ai fini. La violenza, ingiusta, è invece irrazionale, sproporzionata nei suoi mezzi. Il violento tende ad agire istintivamente, senza riflettere, e spesso le sue azioni sono eccessive rispetto ai suoi obiettivi. Chiaramente, la forza irrazionalmente usata va annoverata fra le cause della Seconda Guerra Mondiale.

Altro elemento che rende giusta la forza, è che essa, pur limitando la libertà, lo fa in nome degli ideali che la comunità, al momento della stipulazione dell’immaginario patto sociale, s’è posta. La forza utilizzata dai nazi-fascisti era sproporzionata, e soprattutto volta al conseguimento di ideali non desiderati dalla popolazione intera, e quindi ingiusta.

Non si pensi che tutto ciò fosse illegale: al contrario, era pienamente legale. La legalità riguarda il rispetto delle leggi, e i due totalitarismi provvidero fin da subito a rendere legge la loro volontà. Questo non significa che fosse giusto, e quindi legittimo. Infatti, violando ogni principio di libertà, giustizia e verità, essi resero illegittimi i loro governi, pur essendo legali.

Obbedienza: è una delle cause della Seconda Guerra Mondiale?

Potrebbe quindi venire spontanea la domanda: perché nessuno si ribellò? Fu questa la principale tra le cause della Seconda Guerra Mondiale e della Shoah, secondo molti studiosi: la mancata ribellione. Perché la stragrande maggioranza della popolazione continuò ad applicare, a rendere effettive, disposizioni radicalmente ingiuste?

Semplicemente, rispettarono gli ordini. Si giunge così a secondo culto, essenziale per la costruzione di una gerarchia e quindi un regime stabile: il culto dell’obbedienza. L’obbedienza era insegnata, prima che imposta, e si insegnava ad apprezzarla, ad ammirarla. L’obiettivo era una popolazione che non si chiedesse mai il perché, ma che rispettasse gli ordini, senza discutere. Bisogna anche dire che non fu difficile ottenere obbedienza acritica, e che non fu solo causa, o merito, dei regimi. Si notava infatti una tendenza crescente, nella società novecentesca e contemporanea, alla diminuzione della capacità critica, vale a dire la capacità di chiedersi il perché di certi fatti, in favore della ragione strumentale, cioè la capacità di risolvere il problema in maniera tecnica.

Una società di tecnici

L’individuo tende a chiedersi come risolvere un problema, e non perché tale problema si sia presentato. Questo porta a una sempre maggiore predisposizione del cittadino a essere comandato, a perdere forza d’opposizione al potere: è chiaro a tutti che un uomo che non si chieda mai la ragione di un ordine sia più facile da sottomettere di chi pone interrogativi su ogni cosa. Questi concetti furono esposti dall’opera di Max Horkheimer, Eclissi della ragione, pubblicata nel 1947. Egli sottolinea come la ragione critica si eclissi nella ragione strumentale, e come ciò porti a null’altro che alla morte della ragione stessa. Lui, come gli altri autori della scuola di Francoforte, furono tra i principali studiosi dei totalitarismi e delle cause della Seconda Guerra Mondiale.

A tal proposito, lo stesso Hitler, nel Mein Kampf, scriveva:

Lo Stato nazionale deve agire sulla presunzione che un uomo moderatamente educato, ma con un corpo sano, forte nel carattere, e pieno di gioiosa fiducia in sé e di forza di volontà, è di maggior valore per la comunità di un debole molto istruito.

Gioventù

La forza necessita di capacità di essere compiuta. Di qui, il terzo culto, il culto della giovinezza. Compare l’idealizzazione del maschio forte, giovane, in salute, e, ovviamente, bianco. In merito paiono chiare le influenze futuriste, visto che nelle ultime righe del manifesto del movimento, composto da Marinetti, viene detto:

I più anziani fra noi hanno trent’anni: eppure, noi abbiamo già sperperati tesori, mille tesori di forza, di amore, d’audacia, d’astuzia e di rude volontà; li abbiamo gettati via impazientemente, in furia, senza contare, senza mai esitare, senza riposarci mai, a perdifiato… Guardateci! Non siamo ancora spossati! I nostri cuori non sentono alcuna stanchezza, poiché sono nutriti di fuoco, di odio e di velocità!… Ve ne stupite?… È logico, poiché voi non vi ricordate nemmeno di aver vissuto! Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle.

Poche righe, ma sufficienti a sottolineare i legami tra questo movimento e quella fascista: odio, audacia, fuoco, velocità, furia, ambizione. C’è tutto. Tutti fattori che saranno poi tra le cause della Seconda Guerra Mondiale.

Una società organicistica

Al culto del giovane si affiancò poi, soprattutto per quanto riguarda il nazismo, il culto della razza ariana, perfetta, e pertanto portata a comandare sulle altre: sottomessi a essa sarebbero dovute essere la razza slava, utilizzata come manodopera schiavizzata, ed ebrei e zingari, da espellere o sterminare. Tutto questo viene illustrato nella teoria del Nuovo Ordine, teorizzato da Hitler nel Mein Kampf. Hitler parlava inoltre di “dovere” da parte dello Stato di “convertire i giovani promettenti in strumenti di valore per incrementare in futuro la razza stessa”.

Bisogna infine citare la concezione sociale che i due totalitarismi possedevano. Ne dà un’idea Hitler in persona, nella sua opera:

Lo Stato Nazionalsocialista non conosce differenza di classe ma, in senso politico, soltanto cittadini che hanno diritti assolutamente uguali, e allo stesso modo uguali obblighi, e fianco a fianco con essi, non sono soggetti assolutamente ad alcun diritto in senso politico. […] Il lavoratore Nazionalsocialista deve essere cosciente che la prosperità della nazione significa per lui la felicità materiale. Il datore di lavoro Nazionalsocialista deve essere cosciente che la felicità e l’appagamento del suo lavoratore è essenziale per l’esistenza e lo sviluppo della sua grande impresa d’affari.

La visione è chiaramente di stampo organicistico, vale a dire che la società non viene concepita come una semplice somma di individui – Gesellschaft – ma come un unico organismo che deve concorrere per un bene comune – Gemeinschaft. Ne consegue la totale scomparsa della lotta di classe, carattere fondante del marxismo, in favore di un corporativismo all’interno del quale ogni categoria, o gruppo sociale, viene rappresentato da alcuni dei suoi membri, e, attraverso tali rappresentanze, si accorda con gli altri gruppi per raggiungere un sempre maggiore benessere sociale.

Le analisi

Due eventi di tale portata fecero inevitabilmente sì che studiosi di notevole rilievo si ponessero degli interrogativi sulle cause, le modalità e i fini dei nazi-fascisti. Senza poterci inoltrare troppo, indicherò di seguito alcune fra i principali studi e teorie, diversi per concezione filosofiche e politiche.

È stata già citata, nel corso di questo testo, l’opinione di Benedetto Croce, filosofo idealista vicino al fascismo delle origini, da cui si distaccò dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti. Egli riteneva che il fascismo fosse effetto di “uno smarrimento di coscienza, una depressione civile, e una ubriacatura morale prodotta dalla guerra”. La sua è la tesi del fascismo-parentesi o fascismo-malattia morale.

Il fascismo come “autobiografia della Nazione”

Restando fra gli studiosi italiani, Gobetti lo definì “l’autobiografia della nazione”; si tratta dell’interpretazione del fascismo come rivelazione. Su questa teoria De Felice scrive:

Secondo questa interpretazione il fascismo sarebbe stato la logica ed inevitabile conseguenza di una serie di carenze caratteristiche dello sviluppo storico di alcuni Paesi, quali soprattutto l’Italia e la Germania. Per di più queste tare sarebbero state relativamente recenti, connesse soprattutto al ritardo, alla fragilità e alla esasperazione con i quali in quei paesi si sarebbero realizzati lo sviluppo economico, l’unificazione e l’indipendenza nazionali: la borghesia di questi Paesi non sarebbe riuscita a svilupparsi altro che in forme patologiche e avrebbe dovuto perciò ricorrere sempre ad alleanze conservatrici e a forme di potere politico sostanzialmente illiberali e antidemocratiche per affermare il proprio predominio. Quindi, l’eliminazione dei diritti umani come una tra le cause della Seconda Guerra Mondiale.

Il fascismo come naturale degenerazione della borghesia

L’Internazionale Comunista definì il fascismo una dittatura della borghesia, dovuta alla crisi del sistema capitalistico manifestatasi in seguito alla Grande Guerra. L’internazionale aspirava poi a una rivoluzione proletaria che avrebbe identificato lotta antifascista e lotta per il socialismo.

Interessante è la teoria esposta da Maier nella sua opera La rifondazione dell’Europa borghese. Egli sottolineava come il sistema capitalistico fosse in crisi in seguito alla guerra, sia per la devastazione dovuta al conflitto sia per la crisi del ’29, e come una rivoluzione socialista paresse effettivamente imminente. Di qui, la necessità della rifondazione del sistema, che la borghesia attuò tramite l’adozione di una politica corporatista. Crebbero quindi gruppi d’interesse organizzati, come sindacati o associazioni di categoria, mentre persero importanza i parlamenti. Il corporativismo portò “crescita del potere privato e tramonto della sovranità”.

Per contenere la conflittualità sociale si ricercò quindi una continua mediazione tra i diversi interessi socio-economici, tramite una contrattazione quotidiana tra industria e lavoratori e tra le diverse volontà settoriali dell’industria, dell’agricoltura e dei partiti. Tutto ciò avveniva in via informale, e sotto il controllo dell’esecutivo, tagliando al di fuori il potere legislativo. I socialisti vennero costantemente esclusi dalla vita politica, tranne nei casi in cui accettarono di muoversi entro i quadri borghesi. La classe sociale del proletariato scomparve progressivamente, andando a mescolarsi in un’indistinta classe media, con perdita dei peculiari modelli culturali e di comportamento.

Nazi-fascismo come reazione a una perdita di radici identitarie

Molto discusse furono le opinioni di Ernst Nolte, tacciato di revisionismo. Egli sostenne che gli estremismi fascista e marxista derivarono entrambi dalla matrice del liberalismo. Marxismo e comunismo spinsero all’estremo le promesse di libertà e benessere per tutti garantite dal progressismo liberale, mentre il fascismo sorse come opposizione e resistenza alla trascendenza, ossia come risposta all’angoscia che scaturisce dallo “spaesamento-radicamento” proprio di quell’essere senza patria, globale, dell’uomo moderno.

Renzo De Felice sottolineò invece le differenze tra nazismo e fascismo. Secondo lui, il fascismo fu rappresentato da Mussolini, e vedeva nel Duce il simbolo del movimento, mentre il nazismo, ideologicamente, non si identificava nella persona di Hitler, ma in un Fuhrer. Il fascismo subordinò il partito allo Stato, il nazismo lo Stato al partito. Il nazismo realizzò un regime completamente totalitario, mentre il fascismo fu frenato da monarchia e Chiesa.

Conclusioni riguardo alle cause della Seconda Guerra Mondiale

Giungendo quindi al termine della nostra analisi, vediamo come ci siamo concentrati prevalentemente sull’aspetto sociale delle cause della Seconda Guerra Mondiale. Senza dubbio un capitolo importante va riservato ai totalitarismi, dei quali abbiamo approfondito specificamente natura e cause. Tuttavia, secondo il parere di chi scrive, nazismo e fascismo non sono altro che la conseguenza – naturale – di tutto quel sistema di concause che si è venuto a generare dalla fine dell’800 e che ha visto il suo culmine con la Pace di Versailles, sbagliata sotto ogni punto di vista.

Per questo, parlando delle cause della Seconda Guerra Mondiale, non possiamo non attribuire importanti colpe alle potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale. La Francia, in particolare, avendo voluto imporre una pesante umiliazione alla Germania, ha creato un desiderio di vendetta che s’è poi rivelato determinante.

Per concludere, lo scopo di questa analisi è stato prevalentemente il voler sottolineare come non si possa ignorare l’aspetto socio-economico, e anzi come questo sia molto più importante dell’aspetto politico che ne è la conseguenza.