Autore: James Baldwin

Opera: Another Country (italiano: Un altro mondo, Firenze, Le Lettere, 2004, trad. Attilio Veraldi)

Anno: 1962

Paese: Stati Uniti d’America

“Comincio a pensare”, disse, “che crescere significa soltanto conoscere sempre meglio l’angoscia. Quel veleno diventa la tua dieta, ne bevi un poco ogni giorno. Una volta che ti ci sei abituato non riesci più a smettere, questo è il guaio. E può (…) farti impazzire (…). Cominci a capire che anche tu, l’innocente, il retto, hai contribuito e contribuisci alla infelicità del mondo. La quale non avrà mai fine perché noi siamo quelli che siamo (…). Non serve a niente accusare la gente o il tempo: la gente siamo noi. Siamo noi il tempo.”

Mais où sont les écrivains d’antan?

Oggi il Pianeta pullula di scrittori originali, portati alla ribalta dalla globalizzazione, ma, nell’eterno presente in cui da qualche decennio ci troviamo a vivere, su troppi autori passati è disceso l’oblio. I più celebri sono sopravvissuti al naufragio, anche se spesso per mere ragioni di vendite. Però: in quali occasioni pubbliche si parla dei molti altri che hanno impresso il proprio marchio sul profilo vivo della letteratura?

Oggi quella di Ta-Nehisi Coates è una voce universalmente nota, grazie al brutale Tra me e il mondo (Between the World and Me, 2015) e ogni romanzo di Colson Whitehead, da La ferrovia sotterranea (The Underground Railroad, 2016) al recente The Nickel Boys è un evento. Ma in agosto è morta Toni Morrison, che aveva affrontato l’orrore dello schiavismo e della segregazione, e non è stato difficile scoprire che solo uno sparuto gruppo di lettori accaniti ne conosceva almeno in parte l’opera; e, se è vero che Richard Wright è letto ancor oggi, chi ricorda il Rinascimento di Harlem, con Langstone Hughes e gli altri, oppure Ralph Ellison?

Forse questo genere di evoluzione si deve all’imporsi della civiltà dell’immagine.

La storia sociale, quella della politica, della musica e del cinema, variamente fuse e mitizzate, hanno assorbito in sé – e infine spento nella memoria collettiva – la ricchissima messe della letteratura novecentesca?

Pur essendo morto solo nel 1987, anche James Baldwin è quindi sparito dal proscenio.

E non lo meritava.

Omosessuale e nero, Baldwin diede alle stampe coraggiosi saggi e romanzi sulla discriminazione razziale e sulla condizione degli omosessuali negli Stati Uniti. Nato ad Harlem, come egli stesso racconta in Gridalo forte (Go Tell It On the Mountain), del 1953, entrò presto nell’orbita del Greenwich Village, divenendo una delle voci più importanti nel sottobosco artistico della ribollente New York dell’epoca. A Gridalo forte, imperniato sul tema del razzismo e sulla denuncia del disagio sociale, nel 1956 fece seguito il tragico, tagliente La stanza di Giovanni (Giovanni’s Room). Per terzo arrivò Another Country, concluso a Istanbul nel dicembre 1961.

Si trattava d’un vero e proprio studio sulle problematiche modalità di metabolizzazione del razzismo e dell’omosessualità in una società-giungla come quella americana, capace di generare solo egoismo e paura. Baldwin non era l’unico a cimentarsi su tematiche di questo tipo. Di lì a due anni, John Rechy pubblicò il suo scandaloso Città della notte (City of Night), centrato sul tema scottante della prostituzione omosessuale in diverse metropoli nordamericane – per dirla con Lou Reed, una ricognizione itinerante sul “wild side” del mondo notturno.

In Un altro mondo l’asse del racconto collega New York e la Francia, dove l’autore visse a lungo dal 1948 in poi, in cerca di un miglior clima umano (lo scenario era stato francese anche in Giovanni’s Room). I protagonisti sono Rufus, giovane musicista nero in attrito con il mondo, e i suoi amici bianchi Vivaldo, di origine irlandese, e Cass, un’affascinante progressista dai biondi capelli che si trova ad assistere all’ascesa del marito Richard, un bieco razzista travestito da moderato; questi ha raggiunto la fama con un romanzo di scarsa qualità.

In secondo piano c’è Leona, sensuale bianca che intesse una relazione con Rufus e che, nella sua semplicità, scrive Baldwin, pare “erede ignara di secoli di amarezza”. Entreranno poi nella storia anche Ida, cantante di talento, fiera sorella di Rufus, e un mefistofelico impresario, Steve Ellis, “nemico intrepido della reazione”. Nella seconda metà del romanzo, dopo una straniante introduzione, la vicenda francese si connetterà a quella americana.

Fin qui la fabula.     Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è IMG_2399.jpg

Molto spesso Un altro mondo viene accostato a Sulla strada di Kerouac (1957) per la centralità della musica, che riveste in entrambi un ruolo importante, e anche la copertina di questa edizione italiana sembrerebbe al proposito parlare chiaro. Tuttavia,  mentre in Kerouac troviamo raccontati – e meravigliosamente bene – non pochi concerti, in Baldwin i riferimenti alle performances in sé sono piuttosto limitati; prevalgono quelli ai testi di canzoni blues. In ogni caso, conta ben più la disarmante e cruda naturalezza dell’artista nel delineare un quadro durissimo non più dell’America profonda, come nel citato Ragazzo negro di Richard Wright (Black Boy, 1945), che di Baldwin era peraltro stato il mentore, bensì di una città cosmopolitica e avanzata come New York.

All’epoca, la cosa destò il massimo imbarazzo in seno alla comunità bianca, e in quella nera due generi di reazione: il plauso di quanti apprezzavano una simile denuncia strutturata dei problemi d’integrazione e le critiche, anche molto accese, dei contestatori neri radicali, quindi anche di chi, come le Black Panthers, avrebbe in seguito giudicato Baldwin non solo troppo severo verso le tare di alcuni dei suoi stessi personaggi neri, ma anche troppo condiscendente verso quelle dei bianchi. In realtà, il romanzo è efficace proprio perché non ideologico. Baldwin aveva capito che solo attraverso questa via le ragioni profonde di uno scontento così diffuso avrebbero ricevuto la necessaria chiarificazione.

Dal punti di vista tecnico, la più fine operazione di Baldwin in questo romanzo va individuata nel prisma di analisi socio-psicologiche posto in essere. Non c’è infatti solo la denuncia della discriminazione, ma soprattutto lo studio dei contraccolpi che il secolare razzismo, al giro di boa del 1961, aveva ormai indotto e continuava a determinare nella psiche stessa dei neri, al di là di ogni possibilità di confronto e compromesso, con il suo corollario di vittimismo e aggressività difensiva.

L’alienazione di Rufus, che, dopo aver commesso il proprio grande errore, si ritrova “desolatamente solo, e perciò ferito a morte” di fronte alla “forza di odio e di distruzione” di una città che sembra schiacciarlo, viene ad esempio compresa da Cass, una delle cui antenate, non a caso, è stata “bruciata come strega”. Ma ciò è insufficiente, poiché le maglie della discriminazione sono troppo fitte. Così il senso di disgusto del ragazzo per il mondo intero con le sue ingiustizie si propaga dentro di lui come un batterio. Egli coltiverà, invano, la speranza di fuggire in un luogo “lontano da tutti questi disgraziati (…), dove un uomo sia trattato da uomo”. Another country, appunto.

La visione di Baldwin, che nella vicenda di Rufus trasferisce con ogni probabilità quella del proprio amico Eugene Worth, è così pessimistica da coinvolgere anche i bianchi:

“Bianchi e neri – incatenati insieme nel tempo e nello spazio. E tutti avevano fretta. Fretta, pensò, di allontanarsi gli uni dagli altri. Ma non ci riusciremo mai. Siamo fottuti per sempre.”

Con supremo magistero narrativo, l’autore evita però che il romanzo si trasformi in un grido continuato: ci riesce alternando l’introspezione e le scene solipsistiche con descrizioni e passaggi corali, o tramite passaggi da commedia buffa che, al disotto della funzione decompressiva, hanno l’evidente funzione di esprimere una volta di più – con una forza resa ancor maggiore dal contrasto – l’amarezza che contraddistingue tutti i rapporti umani e, in una parola, la crudeltà della vita con le sue ipocrisie, l’incomunicabilità, l’insoddisfazione cronica. Baldwin del resto a Parigi aveva conosciuto Sartre e l’esistenzialismo.

E in questo suo libro incontriamo spesso riflessioni dal sapore esistenzialistico, come suggerito da molte parole-chiave (angoscia, nausea…). Infatti, la disillusione dei personaggi, il loro disincanto dal mondo, sono totali, e colpiscono alla radice ogni genere di speranza. Anche chi pare in grado di comprendere, come Cass, incappa prima o poi in uno stallo di ambiguità e impotenza; e anche chi è dotato di una bellezza plebea ma al tempo stesso aristocratica, come Ida (“il suo sorriso relegava quella gente, cittadini della città più straordinaria del mondo, nel regno delle cose ordinarie o addirittura inesistenti”), si scopre infine in deficit morale.

La quasi totalità delle recensioni su questo volume sembra inspiegabilmente considerare solo la prima parte. Ma la seconda e la terza sono a loro volta di altissimo livello. Anche qui, se la gestione del sistema dei personaggi appare impeccabile, la tenuta stilistica non è da meno. Legati ai precedenti, come si scoprirà in seguito, appaiono nella storia gli omosessuali Yves ed Eric, i quali, dato il diverso contesto ambientale, hanno potuto compiere una scelta più aperta rispetto alla propria sessualità. Ma per giungere a sapere qualcosa di vero su se stessi hanno dovuto soffrire, e le rispettive vicende personali vengono da Baldwin minuziosamente scandagliate nella loro complessa fenomenologia. In Eric vediamo ad esempio succedersi l’iniziale repressione dell’omosessualità, il desiderio di evasione e il conseguente urto con il principio di realtà:

“Chi sogna, dopotutto, non mira a altro che a continuare a sognare senza essere molestato dal mondo; i sogni sono appunto la sua maniera di proteggersi dal mondo. Ma il fine della vita è antitetico a quello del sognatore, e gli artigli del mondo sono aguzzi. Come poteva sapere lui che le sue fantasie, anche se a lui stesso incomprensibili, erano tradite da ogni suo gesto, rivelate da ogni inflessione della sua voce e annunciate dai suoi sguardi con tutta la forza, l’estasi e il terrore del desiderio?”

Così Eric ama Yves per sottrarsi al caos interiore (leit-motiv di questa parte). Poi, però, avendo ricevuto un’offerta di lavoro come attore, vi ricade tornando a New York, “città senza oasi” in cui era già vissuto; qui lo colpisce “il senso di pericolo e orrore acquattato sotto la rude corteccia di quella società”. Con le sue aride strade, l’immensa metropoli è agli antipodi dell’assolata costa francese. E la spontaneità sentimentale di Eric andrà a impattare in modo drammatico sul sistema di rapporti che la grigia gabbia di New York custodisce sotto la propria cappa di conformismo.

Anche da questi brevi rimandi, si vede come Baldwin non abbandoni mai la dimensione della denuncia, disperdendola efficacemente in un approccio polifonico. Gli USA, più che un Paese, se per Rufus sono l’inferno, per l’impresario Ellis e lo scrittore Richard il consumistico regno delle opportunità e per Eric un miraggio, per Cass sono “una gabbia di giocatori di pallone e di presuntuosi” tutti egualmente “condannati”. Nella terra di Jefferson e Washington, coloro sui quali non pesano le stigmate della discriminazione corrono, in nome del “sogno americano”, per vincere, soffocandosi a vicenda e calpestando gli altri. Ma questo non è forse il rovescio esatto di un sogno?

Non si può negare come, oltre al talento narrativo, in Un altro mondo si riscontri un’urgenza di scrittura che fa di Baldwin uno degli scrittori più sinceri e quindi più utili dell’intero Novecento.

Daniele Rocca