Autore: Siegfried Lenz

Opera: Il disertore (titolo originale:Der Überläufer)

Anno: 1951-52 (pubblicata postuma nel 2016)

Traduzione: Riccardo Cravero (2017)

“Il disertore” è uno degli atti d’accusa più duri mai formulati contro la guerra. Opera di Siegfried Lenz (1926-2014), che durante il II conflitto mondiale aveva combattuto nella Marina militare tedesca, venendo poi catturato dai britannici, il testo era stato respinto dall’editore, e da Lenz lasciato nel cassetto. Senza più curarsene, questi aveva poi continuato la carriera di giornalista e romanziere, aderendo all’innovativo Gruppo 47 e scrivendo capolavori come “Lezione di tedesco” (1968). Solo dopo la sua morte “Il disertore” fu riscoperto.

Conclusa la splendida, straniante sequenza d’avvio, sulla scia d’un attentato della Resistenza polacca, il

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romanzo ruota attorno a una microepopea che si potrebbe apparentare, per vivacità anche se non sempre per contenuti, al “Partigiano Johnny”, e per i toni talvolta fiabeschi al “Sentiero dei nidi di ragno”. Protagonista ne è Proska, la cui drammatica esperienza si snoda in due fasi. La prima è ambientata in un rifugio di disertori, il Waldesruh, nei pressi d’una simbolica palude; “chi pratica la guerra per mestiere è un criminale. E’ quel che fanno quelli su in alto. Mentre noi stiamo qua a mollo nella palude”, dice Wolfgang-Pandilatte, uno dei suoi compagni (un altro è Gamba, che un giorno, a forza di dare la caccia al luccio come Achab alla Balena Bianca, impazzisce).

Per come viene narrata, la storia di Proska è tuttavia immersa non solo nell’azione, ma anche nel sogno, nel risentimento e nella riflessione, e nell’ondeggiare fra tali dimensioni sta tutto il fascino del “Disertore”. Tra un’avventura di guerra e l’altra, egli riflette con amici e compagni sui presupposti e sulle implicazioni etiche di ciò che fa. Sogna di rivedere Wanda, la donna dai capelli color pelliccia di scoiattolo di cui si è innamorato. Contempla con gli amici la poesia e la forza della natura. Ascolta e discute i duri j’accuse alla retorica nazionalista pronunciati da Pandilatte. Almeno nella prima fase del romanzo, è pervaso come gli altri da “uno struggente, macabro desiderio di sprofondare nelle paludi remote dell’oblio, di non esserci più” (dopotutto, come si legge altrove, “la grandezza di ogni cosa cui è dato il respiro sta nel suo anelito alla rovina”).

La seconda fase si aprirà con il fortuito ingresso di Proska nella galassia partigiana e, quindi, “nell’abisso delle scelte”. Ma non per questo egli entrerà in una condizione di vita meno grigia. Lo stesso vale per l’epilogo, ambientato in Germania Est. Egli ha vissuto il concludersi della guerra non con un senso di liberazione, ma fra i tormenti della coscienza. E’ nel sangue e nel dolore che ha elaborato un’impegnativa assunzione di consapevolezza, sobbarcandosi le responsabilità dell’attore in scena.

Ma ha infine scoperto di essere circondato da una massa di indifferenti (“Com’è che siete così indifferenti, così pazienti, così cinici?”) che non hanno saputo o voluto cogliere la lezione della tragedia; se non altro, lui proprio dall’averla compresa trarrà l’energia morale per fronteggiare, ormai da civile, il suo banco di prova faustiano, restando consapevole del fatto che “non c’è profondità abbastanza profonda perché il tempo non riesca a riportarla in superficie” e che “tutte le strade desiderano essere percorse fino in fondo”.