“Presidio ti aiuta a difendere il diritto alla salute, al lavoro dignitoso e all’assistenza primaria”. Parla Alessandro Armando, co-fondatore di Saluzzo Migrante. Ha iniziato da volontario d’estate, quando ancora il progetto “Presidio” non esisteva. E’ a lui – racconta – che Don Beppe, della Caritas di Saluzzo, nel 2009, affida il compito di creare una struttura per tutelare i lavoratori stagionali immigrati, nel Saluzzese.

L’esigenza di questa struttura nasce quando il problema dei braccianti stagionali, accampati in tendopoli di fortuna, inizia a palesarsi. Centinaia di giovani braccianti stagionali si rivolgevano alla Caritas perché, pur trovando un lavoro, non avevano un posto dove dormire. Il regolamento della legge 40 del 1998, legge Turco Napolitano, approvato nel 2001, prevede che ogni anno vengano determinati i flussi di migranti in ingresso in Italia, ma non norma il rapporto tra braccianti e aziende agricole se i braccianti sono persone già residenti in Italia. Infatti, fin dal primo anno in cui iniziano ad apparire anche nel Saluzzese questi lavoratori senza dimora, la maggioranza di loro si accampa in un magazzino della vecchia stazione dei treni di Saluzzo.

“I Saluzzesi non avevano mai visto niente di simile – dice Armando – sebbene fossero abituati da decenni a movimenti di italiani e stranieri tra i campi ed i comuni circostanti. Il primo problema che il Progetto Presidio si propone di risolvere – continua Armando – è quello abitativo: lavoratori con un contratto in mano ma senza un posto dove dormire, non per colpa degli agricoltori, non avendo loro obbligo di legge”. “In più le condizioni del contratto non permettono loro di entrare nel mondo degli affitti – prosegue – per tre ragioni fondamentali: il salario è basso, i contratti durano troppo poco, e l’obiettivo dei braccianti non è di accumulare un patrimonio, ma di spedire i guadagni a casa”.

“A Novembre i braccianti poi spariscono: vanno nelle campagne del Sud dove si raccoglie in altre stagioni. Il completamento di stagionalità tra Nord e Sud fa sì che di anno in anno l’aumento di persone sia esponenziale, con una costante mobilità tra Nord e Sud che segue la disponibilità di lavoro nei diversi tipi di coltivazioni”.
Il Comune di Saluzzo, i sindacati, la Caritas ed altre realtà associative hanno iniziato a confrontarsi.
“Nel 2012-2013 – dice Armando – le persone iniziano ad accamparsi in un viale sul Foro Boario, montando delle baracche con materiali presi nella vicina discarica, senza luce né acqua. In pochissimo tempo sono in quasi 700 a viverci. Nel 2014 Don Beppe riesce a far stanziare alla Caritas Italiana i fondi per far costruire una tendopoli nel viale e fare l’allacciamento per elettricità, acqua e bagni per 250 persone.”

Viene successivamente stabilito un punto di informazione per i braccianti, che, a tre settimane dalla fine dell’allestimento della tendopoli, erano già 500. La tendopoli viene smontata e rimontata ogni anno dalla Caritas fino al 2016.

“Grazie a Presidio centinaia di lavoratori in quegli anni sono stati registrati, e si comprende che avevano praticamente tutti un regolare permesso di soggiorno ed un contratto di lavoro, firmato dalle aziende agricole e siglato da Coldiretti, Confagricoltura e dai sindacati del mondo imprenditoriale agricolo” racconta Armando.

“Il progetto “Presidio” inizia col tempo ad occuparsi anche di salute, oltre che di lavoro – prosegue – costituendo un ambulatorio medico, analizzando meglio la stesura dei contratti, oltre a numerose problematiche relative alla chiarezza delle giornate e degli orari di lavoro previsti e ai metodi di pagamento non del tutto regolari. Gli agricoltori, come domicilio dei braccianti, iniziano a scrivere tende Caritas. Ed è la Caritas che paga luce, acqua e dimora ai lavoratori assunti dalle aziende. Ma non è il ruolo della Caritas aiutare le imprese agricole nel costo di manodopera. Sorge quindi una domanda: gli agricoltori offrono una condizione di lavoro dignitosa?”.

Man mano che gli operatori di “Saluzzo Migrante” iniziano a stabilire rapporti con i braccianti, si scopre che le aziende agricole non rispettano né la parte retributiva né quella contributiva dei contratti. Questo vuol dire che i lavoratori non vengono pagati per tutte le ore di servizio, che parte della retribuzione è in nero, e, se le ore di lavoro ufficiali non sono abbastanza, il lavoratore non percepirà la pensione agricola.

“Se i lavoratori non raggiungono il minimo di 102 giornate di lavoro annue – spiega Armando – non possono rinnovare la tessera sanitaria: così perdono un altro diritto fondamentale. Il progetto “Presidio” lavora per la tutela della salute, del diritto a una vita e a un lavoro dignitosi. La soluzione non è costruire una tendopoli, ma affrontare il problema nella sua totalità”.
Per queste ragioni, nel 2017 la Caritas smette di costruire la tendopoli del Foro Boario. Viene successivamente promossa dal comune di Saluzzo la costruzione del PAS (Prima Accoglienza Stagionali).

Il Progetto Presidio lavora su tutto il territorio nazionale: in Italia ci sono altri dodici centri gestiti dalla Caritas, che offrono uno sportello dove i braccianti possono parlare dei problemi lavorativi, dei problemi connessi ai documenti e dei problemi di salute. Nei centri sparsi per l’Italia, tutti al Sud ad eccezione di Saluzzo, i lavoratori vengono registrati in un database nazionale cosicché possano essere monitorati e affinché le informazioni riguardo ai numeri e alle condizioni dei braccianti siano sempre più precise.

Il contesto tra Nord e Sud è tuttavia estremamente diverso, sia in termini di condizioni di lavoro, che per l’organizzazione dei braccianti. “Difficilmente”- dice Armando, – ci sono migranti che hanno preferenze tra Nord e Sud. Al nord si guadagna e si raccoglie meglio, e il funzionamento dell’accoglienza è estremamente diverso, il metodo di sfruttamento lavorativo è diverso. Al Nord non si trovano strutture di caporalato, ma ogni centro al Sud ha una dinamica diversa”.

Molto diverso è anche il rapporto con le istituzioni locali, e di conseguenza la cooperazione con le Amministrazioni varia secondo il contesto politico economico di ogni centro.
“La rete istituzionale che si è creata a Saluzzo, capitanata dal comune, ha fatto sì che diverse realtà sul territorio si unissero per affrontare il problema. Questo ha reso più difficile la possibilità del cementarsi di una rete di tipo criminale o mafioso”.

Trovo personalmente sconcertante che se la Caritas non si fosse attivata per affrontare il problema, la Regione o lo Stato non avrebbero preso iniziativa per migliorare le condizioni lavorative, e quelle abitative dei braccianti.
“Purtroppo di 900 migranti – afferma Armando – non frega a nessuno. Ma dimostrando che questi sono parte indispensabile del comparto fruttifero di Saluzzo e di Italia, si accenderebbe senza dubbio l’interesse dello Stato”.
E’ infatti necessario che gli agricoltori dichiarino apertamente l’indispensabilità di questi braccianti per le loro attività. I numeri parlano chiaro: agli agricoltori servono questi braccianti che costano così poco perché non sono costretti a procurare loro un letto.

La comunità straniera in Italia sarà senz’altro sempre più presente, e, visto il calo demografico del nostro Paese, la forza lavoro per i campi scarseggerà sempre di più. Lo Stato dovrebbe avere un diretto interesse economico nel tutelare questi braccianti.
Armando ribadisce: “Devono dirlo le aziende che sono necessari! L’anno scorso per la prima volta alcune aziende hanno dichiarato che la loro manodopera era indispensabile…”.

Eppure non esiste nessuna legge che obblighi gli agricoltori ad accogliere i braccianti residenti in Italia.
“Questo è il nocciolo del problema. Il Sindaco di Saluzzo ha scritto agli ultimi cinque Governi per ribadire questo concetto. Nessuno ha mai risposto. C’è un evidente vuoto legislativo su questo fronte, ed un altro è relativo all’informazione sulla domanda e l’offerta del lavoro, non chiara da parte degli agricoltori, neppure rispetto ai numeri dei braccianti africani. Serve che le aziende siano trasparenti sui numeri di cui hanno bisogno, affinché l’offerta possa incontrare la domanda”.

Lo Stato è assente. Se ne occupa dunque la Chiesa. Anche alcune forze politiche interessate ad una retorica di accoglienza più inclusiva, con il loro silenzio istituzionale, ignorano l’essenza del problema.
“I migranti sono anche disposti a rinunciare alle loro condizioni di diritto per poter lavorare. Provare a ricostruire con queste persone la loro idea di dignità affinché arrivino a pensare che dormire in una caserma con la doccia fredda e sottopagati sia ingiusto, è un processo lunghissimo”.

Affinché questi lavoratori siano effettivamente tutelati, è quindi necessario poter leggere il problema anche in questa chiave. Riconosciuto il fatto che per l’agricoltura italiana i braccianti stagionali immigrati sono una componente fondamentale, va interiorizzato il fatto che, considerato ciò che hanno alle loro spalle nel loro doloroso viaggio che li ha portati in Italia, serve qualcuno che gli accompagni nel processo di integrazione e di consapevolezza dei diritti che, in quanto lavoratori spettano loro in quanto lavoratori.

“Magari non ho mai chiesto cosa voglia dire integrazione per loro” – conclude Armando – per me è casa, lavoro, famiglia. Ma qui sono tutti maschi, molti con mogli e figli in Africa. La loro integrazione è in Africa. Bisognerebbe quindi creare un posto migliore per lavorare e per poterci portare la famiglia”.

Al nostro Paese servono lavoratori stranieri, e ai lavoratori serve tutela, rispetto e riconoscenza. Il lavoro che gli operatori della Caritas di Saluzzo svolgono da anni è ammirevole, e, in uno Stato laico come è il nostro, dovrebbe essere preso da esempio dalle istituzioni. Tuttavia, è necessario un intervento dello Stato che ha il dovere di difendere i lavoratori, e ha l’interesse nel regolamentare il settore agricolo.