A Saluzzo si raccoglie frutta da sempre. Tra questa città del Cuneese ed i ventidue comuni circostanti si è sviluppato il secondo polo ortofrutticolo d’Italia. Da li provengono le pesche e le mele che noi tutti compriamo.

Dal secondo dopoguerra non sono mai stati i Saluzzesi a raccogliere la frutta dei loro campi. Se ne occupavano invece i bracciati stagionali, che da fine giugno a ottobre venivano ospitati dai cosiddetti “padrun”, proprietari delle aziende agricole che necessitavano manodopera. Inizialmente i bracciati stagionali venivano dalle montagne circostanti per portare qualche soldo a casa per l’inverno. Oppure erano mogli e figli degli operai della FIAT, meridionali in cerca di lavoro al Nord, o studenti provenienti da Torino e le altre città piemontesi.

Sebbene la legge non lo imponesse, nelle aziende agricole c’era una tradizione di accoglienza in cascina, e a tutti i lavoratori assunti veniva offerta una dignitosa condizione abitativa. Con il crescere dei flussi provenienti da paesi esteri, le aziende agricole hanno iniziato ad assumere braccianti di comunità straniere che si spostavano in Italia solamente per la stagione del raccolto, per poi tornare nel loro paese alla scadenza del contratto lavorativo.

L’accoglienza di questi braccianti extracomunitari diventa un obbligo per le aziende, che devono offrire un contratto regolare e un’abitazione dignitosa a tutti i lavoratori assunti. Era fondamentale, per le aziende e lo Stato una seria regolamentazione di questi flussi, dal momento che migliaia di lavoratori avrebbero lavorato per quattro mesi in Italia per poi tornare nei loro paesi.E’ quindi dall’approvazione del decreto flussi, nel 2001, che uno dei poli agricoli più importanti del paese dipende dalla forza lavoro straniera.

In seguito alla crisi economica del 2008 il fenomeno però si trasforma. Centinaia di lavoratori di provenienza Africana già residenti in Italia, perdono il lavoro e sono costretti a cercare un’occupazione meno qualificata della precedente. Iniziano così ad arrivare nelle campagne saluzzesi lavoratori africani, oggi prevalentemente provenienti dall’africa sub-sahariana, che avendo la residenza in diverse regioni italiane, e spostandosi di volta in volta nelle aree dove c’è domanda di lavoro agricolo stagionale, non hanno dimora nei dintorni, nè sono tutelati dalla legge nel diritto di essere ospitati dai loro datori di lavoro.

Oggi i lavoratori africani compongono il 43% dei 12.000 braccianti stagionali del saluzzese, e sono perciò parte fondamentale del tessuto agricolo delle nostre aziende e del nostro Paese.
La tutela nei confronti di queste persone, sia a livello abitativo sia lavorativo, è da parte delle istituzioni quasi inesistente. Inoltre, le aziende agricole sfruttano la situazione e non pagano i minimi sindacali stabiliti.

Per questa ragione mi sono recato qualche settimana fa alla Caritas di Saluzzo, per comprendere meglio le dinamiche di questo fenomeno e farmi raccontare del “Progetto Presidio” della Caritas Italiana, che in questo territorio coesiste con il progetto “Saluzzo Migrante”, i cui promotori da anni lavorano per la tutela dei lavoratori stagionali.

Appena entrati nel piccolo Comune, dopo le distese di frutteti che circondano la zona, si incontra il punto di ritrovo a cui decine e decine di uomini di origine africana fanno ritorno in bicicletta dopo aver percorso svariati chilometri dal loro posto di lavoro. Tornano tutti alla stessa base, che consiste oggi in parte in una tendopoli e in parte in una vecchia caserma militare, la sistemazione migliore che possano ottenere, dove sono stati attrezzati 368 letti a castello, qualche doccia e qualche fornello per cucinare. Entrambe sono stanziate vicino al vecchio Foro Boario, a due passi dal centro di Saluzzo.

Prima della costruzione del centro, le operatrici e gli operatori della Caritas hanno per anni cercato di allestire una sistemazione che fosse in grado di accogliere la maggior parte dei bracciati senza abitazione. Dopo tre anni in cui il Comune ha fatto prevalentemente affidamento su questo servizio, per affrontare la situazione, hanno pensato che non riproporre più la tendopoli mantenuta dai fondi della Caritas, avrebbe costretto le istituzioni a mobilitarsi più direttamente per trovare soluzioni più stabili. E’ così che effettivamente il Comune ha dato avvio alla progettazione del centro di accoglienza nella Caserma, il PAS (Prima Accoglienza Stagionali), che però non può ancora essere considerato la soluzione del problema.

Le condizioni abitative offerte sono ancora largamente inferiori a quella che ogni lavoratore ha il diritto di avere; i diritti lavorativi di queste persone, inoltre, sono ancora violati dalle aziende e non tutelati da una legge nazionale, e il numero di lavoratori stagionali è destinato a crescere progressivamente diventando sempre più strategico per il settore agricolo italiano.

Non è ancora stata rivolta sufficiente attenzione verso la difesa della dignità di vita di questi braccianti: le storie che hanno alle spalle e le loro vite precedenti fanno sì che la loro presa di coscienza riguardo a quali siano i loro diritti in quanto lavoratori e persone, passi in secondo piano. La priorità è il lavoro. La consapevolezza di avere il diritto alla casa, a un lavoro e ad una vita dignitosi può diventare una priorità soltanto dopo aver guadagnato abbastanza denaro da poter inviare alle loro famiglie.

La Caritas di Saluzzo ed i promotori del progetto Saluzzo Migrante si impegnano affinché ai lavoratori stagionali, di ogni nazionalità e provenienza, siano garantiti questi diritti fondamentali.
A raccontare meglio come sia nato il progetto, di che cosa si occupa la Caritas e di alcune dinamiche fondamentali della questione è Alessandro Armando, co-fondatore del progetto. Nell’articolo successivo vi proporremo la sua intervista.