“L’illusione più pericolosa è quella che esista soltanto una realtà”. Sono parole del noto artista Maurits Cornelis Escher, incisore e grafico olandese nato nel 1898. Abbiamo visto talmente tante volte la “tribarra impossibile” sulla maglietta di qualche skater o “cielo e acqua” sulla gonna della nonna che diventa difficile andare oltre l’aspetto decorativo e intrigante delle opere di questo artista. Come mai, se sono solo semplici pattern, ne siamo così attratti? 

Tribarra Impossibile, teorizzata dal fisico Penrose e disegnata da Escher

Il protagonista delle opere di Escher è senz’altro il “divenire”, la metamorfosi, il cambiare da una forma all’altra senza essere mai completamente ne la prima ne la seconda. Se avete mai letto un’opera di Kafka,  vi renderete conto che i suoi libri e le incisioni di Escher sarebbero andati d’amore e d’accordo: entrambi ritraggono una realtà che sembra possibile, per la cura e la precisione con cui è rappresentata, ma che osservata a fondo si rivela assurda e immaginaria, creata appositamente per sbilanciare l’animo. 

Rettili, 1943

Se osserviamo “Relatività” o “Cascata”, non notiamo niente di strano, da principio: la prospettiva è impeccabile, le ombre definiscono i volumi realisticamente. Guardando con più attenzione, però, ci accorgiamo che certi pilastri non finiscono dove dovrebbero, o che il sopra, il sotto, la destra e la sinistra sono confusi e intercambiabili a seconda di come si gira la tela.

Relatività, 1953

Le illusioni ottiche di Escher non mirano soltanto a confondere e meravigliare. Egli cercava l’equilibrio perfetto tra le forme, il collegamento imprescindibile tra tutti gli esseri e le cose, incluso se stesso. Il famoso incisore, infatti, non guardava come molti artisti il mondo che lo circondava, ma osservava se stesso in relazione con tale mondo: il suo riflesso, le sue mani, i suoi simboli. Escher compie una ricerca del suo mondo interiore oltre che esteriore, cercando i collegamenti tra diverse realtà, unendole, e distorcendole.

Giorno e notte, 1938

Nietzsche diceva che più si guarda dentro l’abisso, più l’abisso guarda dentro di te. È questo che ci capita osservando le opere di Escher: siamo in bilico sull’orlo di questa voragine, che ci turba, ci sbilancia e ci confonde, e più la guardiamo più notiamo imprecisioni, inesattezze che non sono possibili. Allo stesso tempo, però, stanno così bene in quella strana realtà… 

Escher cerca di portare alla luce un Matrix, un qualche collegamento originale tra tutte le cose e il modo in cui appaiono. Non è un esempio casuale: Escher crea un mondo assurdo ma a suo modo perfetto, realistico e plausibile. Praticamente cerca l’algoritmo, il “codice” perfetto e ripetibile per arrivare al l’essenza della trasformazione. Le sue incisioni sono frutto di uno studio sistematico della realtà, unito allo studio della percezione. Potrebbe essere definito un matematico, se non fosse che la sua era intuizione: anzi, per dirla tutta, venne bocciato due volte al liceo (causa matematica) e non venne neanche ammesso all’esame di maturità. Lui stesso dice in un intervista: 

«Non una volta mi diedero una sufficienza in matematica … La cosa buffa è che, a quanto pare, io utilizzo teorie matematiche senza saperlo. No, ero un ragazzo gentile e un po’ stupido a scuola. Immaginatevi adesso che i matematici illustrano i loro libri con i miei quadri! E io che vado in giro con gente colta quasi fossi loro fratello o collega. Non riescono neppure a immaginarsi che io non ne capisco nulla»

Grazie alla vastità del suo mondo interiore, Escher riuscì comunque ad avere un successo estremo: era talmente pieno di incarichi che doveva rifiutarne! Addirittura, nel 1969, un giovane Mick Jagger gli scrisse una lettera in cui gli spiegava che aveva trovato un suo libro, e che gli piaceva così tanto che avrebbe voluto che l’artista disegnasse la copertina del nuovo album dei Rolling Stones, “Let it Bleed”, che sarebbe uscito a breve. Il giovane rocker, però, si lascio trasportare un po’ troppo, dandogli del tu (considerata la sua solita strafottenza, doveva già essersi impegnato a essere gentile). La risposta che gli diede Escher fu un rifiuto secco, con l’aggiunta finale delle frase: 

«Signor Jagger, la prego di ricordare che non sono Maurits per lei, ma M.C. Escher»

Che personaggio.

Pesci e squame, 1959

Insomma, possiamo dire che l’arte di Escher è da un lato precisa, calcolata e impeccabile, dall’altro estrema, fantastica e surreale: è stato un grande artista del novecento che, ancora una volta, ha dimostrato la possibilità di un’altra, flessuosa realtà.