Non vi è mai capitato di entrare ad una mostra o in un museo, e trovare impossibile emozionarsi davanti alle opere? “Cos’è che dovrei provare?” vi chiedete. Questo succede perché la maggior parte degli artisti dipinge per esternare mondi interiori che sono praticamente inconoscibili a chiunque fuorché loro stessi: cosa succederebbe, invece, se il dipinto cui siete di fronte cercasse esplicitamente di parlarvi?

È il caso di René Magritte, pittore belga nato nel 1898: pittore, in realtà, non è neanche il termine giusto per descriverlo, in quanto lui si definiva “pensatore che si esprime attraverso immagini”. Il suo obiettivo era infatti quello di mostrare tutta la dimensione del reale come un mistero indefinibile, su cui ci si può arrovellare, ma che non ha soluzione.

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Le Fils du l’Homme (Il Figlio dell’Uomo), 1964

Lo stile

Magritte può definirsi un Surrealista, ma non lo era propriamente: al contrario di Dalí, egli non dava alla luce le sue opere sotto effetto di stupefacenti o trip auto indotti. Per contro, i suoi dipinti sono privi delle visioni paranoiche, erotiche e anticheggianti degli altri surrealisti: il suo linguaggio è quello dell’illusionismo onirico. Ciò consiste nell’accostamento di oggetti inusuali e deformazioni fisiche che vogliono letteralmente mandare l’osservatore in cortocircuito visivo: traduce in immagine la distanza che separa la realtà dalla rappresentazione.

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La Trahison des Images (il Tradimento delle Immagini) 1928

La Trahison des Images

Prendiamo come esempio il famosissimo quadro “La Trahison des Images”: una pipa è rappresentata al centro del disegno, e sotto di essa campeggia la scritta “ceci n’est pas une pipe”. Questa non è una pipa. Ovvio, ne è la rappresentazione, assomiglia a una pipa, ma è solo un disegno, ma non si può mica fumare. Tuttavia, per quanto interessante , non è questo il vero messaggio dell’opera; tornando al discorso originale, questo è un dipinto che sfida lo spettatore a pensare, e a porsi la domanda cruciale: perché essere convinti che la scritta e la pipa siano in relazione tra loro?

Il pronome, il sostantivo e il disegno vicino ci fanno credere che la frase si riferisca all’immagine, quando è questo il vero dilemma che ci pone Magritte. Neanche una mela è una pipa, e nemmeno il foglio bianco. In sostanza, è un illusione dell’intelletto che ci spinge a pensare che la pipa sia la protagonista del dipinto, quando dovremmo riflettere sulla frase e sul suo significato.

Il significato

Nella vita di tutti i giorni siamo convinti che quello che vediamo possa essere detto, e quello che diciamo possa essere visto, e che ogni associazione parola-immagine sia vera e indiscutibile. Nella realtà, l’unico fattore che lega il campo visivo a quello verbale è la nostra capacità associativa, soggettiva e malleabile. Quindi è questo il messaggio dell’artista: guarda oltre, cerca di dirti, non fermarti al significato che pensi volessi trasmettere. Il vero significato non giace nell’opera ma nell’occhio di chi guarda.

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Golconda, 1953

La filosofia di Magritte si concentra sullo studio del mondo onirico, personale e irreale: per questo quando si guarda un suo quadro bisogna pensare non al mondo che ci circonda, ma a quello che è dentro di noi, perché è quello che viene descritto. È il fantomatico uomo con la bombetta, presente in moltissimi dipinti a ricordarcelo: esso è l’inconscio, storto, mutilato, senza faccia, coperto da una mela, che cade dal cielo, girato di schiena anche davanti a uno specchio.

Non vi ricorda come vi sentite? Non avete il dubbio di essere persi in una foresta o di essere voi la foresta? L’arte di Magritte è completamente soggettiva e allo stesso tempo universale. Offre spunti di riflessione sul mondo dentro e su quello fuori, sul linguaggio, sull’amore, sulla nascita. Provate a osservare le sue opere come se fossero uno specchio, riflettetevi nei personaggi, e forse, con un po’ di impegno e di dialogo, capirete di cosa volesse parlarvi.