«Il pittore deve creare costantemente un solo unico capolavoro, se stesso.» Nasce a Nizza in una famiglia di pittori, nel 1928: si chiama Yves Klein. E’ destinato a essere il precursore del Nouveau Réalisme, della Body Art e della Performance Art.

La vita

A diciannove anni inizia a dipingere, iniziando la sua ricerca spirituale e stilistica. Dopo diversi viaggi in Europa e Giappone (nella prima per ricerca artistica e culturale, nel secondo per affinare la sua tecnica nel judo) arriva alla realizzazione del monocromo. Lavora dapprima su diversi colori, utilizzando pigmenti puri in polvere, singolarmente su una tela. Il monocromo non era solo una scelta estetica, ma anche concettuale. Per Klein, infatti, il colore allo stato puro aveva una corrispondenza con l’anima ed era in grado di evocare l’essenza stessa degli esseri umani.

Aveva però un problema, e cioè che per imprimere il colore sulla superficie aveva bisogno di un legante, una sostanza (come possono essere l’acqua, l’olio, la trementina o il tuorlo d’uovo) con proprietà coesive ed adesive da mischiare al pigmento, e che doveva lasciare il colore del pigmento totalmente inalterato. 

Klein non era soddisfatto di nessuno dei leganti in commercio. Così andò a Parigi, per farsi aiutare da uno scienziato. Crearono insieme una miscela di blu oltremarino, il pigmento originale, e di Rhodopas, una resina di polivinile acetato. Il risultato fu la perfetta superficie matte per mantenere il colore profondo e vivo. Lo stesso artista affermava che con quell’esatta sfumatura il colore prendeva vita, al punto da diventare come un essere evoluto. 

Lo stile

Il suo interesse ai monocromi, ossia grandi campiture piatte di un unico colore, risale all’inizio della sua carriera artistica, ma la scelta di utilizzare solo il blu venne più tardi. La sua attrazione per il blu si destò dopo un viaggio in Italia, durante il quale aveva visitato anche Assisi. Quando andò a vedere la Basilica di San Francesco poté osservare gli affreschi di Giotto, che abbondavano di monocromi blu. Addirittura, Klein iniziò a chiamarlo il “precursore dei monocromi blu”.

Si dice anche che un giorno, sulla spiaggia, l’artista francese abbia detto, guardando il mare e il cielo, entrambi blu, che sceglieva il cielo come suo territorio, per librarsi sempre in alto con l’anima.

Klein era un artista molto spirituale. Infatti confermò a parole di avere scelto il blu perché era un colore che unificava il cielo e la terra vanificando la linea di orizzonte. L’ artista lo abbinava all’infinito, alla profondità umana e oltre.

Il blu di Klein

La specifica ricetta del blu di Yves Klein, “la più perfetta espressione del blu”, venne brevettata nel 1956, con il nome di International Klein Blue o IKB, ma il colore non venne mai prodotto. Tuttora, nel restauro delle opere di Klein è praticamente impossibile riprodurre la stessa esatta sfumatura, nemmeno con gli identici prodotti originali. I restauratori sono costretti a prelevare il colore gocciolato sul retro della tela e dissolverlo nuovamente, come nel caso di IKB 191, uno dei suoi monocromi blu.

I monocromi, però, non furono le uniche opere di Klein. Egli lavorò molto, producendo nella sua vita più di mille opere. Tra queste ci sono anche le Antropometrie, che erano grosse tele a grandezza naturale. Questo perché Klein usava le modelle come pennelli viventi. Le faceva cospargere con il colore e poi muovere sulla superficie bianca, lasciando quelle che chiamava “tracce di vita”. Nel 1959 ospitò addirittura nel suo studio un evento pubblico in cui avrebbe fatto una dimostrazione di come produceva un’ Antropometria. Le tre modelle lasciavano impronte trascinandosi sul pavimento o attaccandosi al muro, e un’orchestra dal vivo suonava un Sinfonia Monotona, un pezzo musicale con una sola nota. Tutto sotto la supervisione dell’artista.

La tecnica della Registrazione

Un altra tecnica che utilizzava era la Registrazione. Klein registrava su tela gas o liquidi con i metodi più disparati. Per registrare la pioggia guidava a 70 miglia all’ora  in autostrada, con una tela legata sul tetto. Per registrare i fumi di una macchina appoggiava la tela al tubo di scarico, o ancora usava il fuoco.

Io trovo che, però, nonostante la costante innovazione personale e dei media di Yves Klein, i suoi pezzi più interessanti siano quelli che riguardano il lavoro immateriale.

L’artista infatti lavora sul concetto di vuoto e di percezione del vuoto in diversi modi. Ad esempio, quando crea un giornale  di Nouveau Rèalisme, pubblicò una foto in prima copertina che fosse abbastanza forte da catturare l’occhio degli osservatori. Ritrasse se stesso, nell’atto di saltare giù da un palazzo, a mezz’aria con le braccia e il viso rivolti verso il cielo. La intitolò Saut Dans le Vide (salto nel vuoto) e passò alla storia. Ovviamente ebbe un successo strepitoso, e provocò non poche speculazioni. Per alcuni era addirittura una critica alla NASA, che non avrebbe mai mandato un essere umano nello spazio in quanto per noi è impossibile volare.

Il vuoto

Il vuoto non era inteso solo come spazio fisico. Era l’assenza di interferenze e influenze da parte del mondo esterno, la forma pura dell’essere umano. Klein pubblicò libri vuoti di parole e sinfonie composte da una sola nota (come la sopracitata Sinfonia Monotona). L’obiettivo era suggerire un’idea di arte, così come la concepiamo, senza l’influenza di suoni o immagini che ci condizionino. Questi oggetti erano rappresentati non dalla loro presenza, bensì dalla loro assenza, provocando la loro “idea” così come l’abbiamo sempre percepita. Ci si avvicinava così a un concetto di Zen, dove il vuoto è quasi un Nirvana. Chiamò questa sensazione la “Zona di Insensibilità Pittorica Immateriale”.

Un altro grande esempio della riuscita di questa pratica fu quando riuscì a vendere uno spazio vuoto. Arredava nella galleria prescelta lo spazio, tingendo i muri di bianco e spogliando le stanze di ogni oggetto. Poi li vendeva ai ricchi acquirenti per oro puro, l’unico elemento abbastanza puro da poter rivaleggiare il vuoto. Klein voleva che i compratori provassero “l’esperienza vuoto”, far capire e percepire loro un’idea astratta.

La devozione di Klein

L’oro ricevuto nella transazione venne buttato nella Senna, per ristabilire l’equilibrio naturale. Si credeva che fosse tutto andato perduto fino a quando non venne scoperta postuma un interessante caratteristica dell’artista.

Nel 1979, durante il restauro della chiesa di Santa Rita a Cascia, lo scultore Marrocco, incaricato di ripristinare gli affreschi, chiese alle suore se avessero qualche foglia d’oro. Le donne tornarono con un piccolo contenitore contenente foglie d’oro, pigmento rosa e pigmento IKB. L’esperto scultore riconobbe subito l’opera di Klein, e venne così alla luce l’ex voto fedelissimo dell’artista alla chiesa. Per anni aveva donato sue opere e una parte dell’oro ottenuto al monastero: emerge quindi un lato fedele di quest’uomo, devoto. 

Viene anche data una nuova lettura alle sue opere: durante il corso della sua carriera egli a aveva siglato una firma contro colori. Rosa acceso (perché rappresentasse la carne, la vita), IKB (il blu spirituale del mondo, il cielo la terra e l’infinito, tutto ciò che c’è oltre la mente umana) e l’oro. Ora sappiamo che era una riferimento al legame uomo-dio, l’unica materializzazione possibile dello spirito.

Yves Klein è stato un uomo incredibilmente spirituale e al di sopra del comune essere umano. Non fu solo l’inventore di un colore, ma fu un pioniere che per tutta la vita cercò il modo di andare oltre se stesso, di migliorarsi e superarsi per scoprire i segreti dello spirito.

Diviene quindi chiaro il significato della citazione «Il pittore deve creare costantemente un solo unico capolavoro, se stesso»: il vero artista è colui che ha il coraggio di andare oltre se stesso, e di dissolversi in vuoto.