Negli ultimi giorni abbiamo assistito al ribollire di polemiche (e sostegno) intorno la figura di Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz e senatrice a vita. Nell’Italia totalitarista fu minacciata da bambina, in quanto ebrea. Nell’Italia democratica è minacciata a 89 anni… Al punto che le è stata assegnata una scorta di livello IV.

Siamo già avvolti nella spirale dell’odio, a così poca distanza dalla guerra mondiale?

Ma ripercorriamo la vita della Segre.

Infanzia e prigionia

Liliana e Alberto Segre

Classe 1930, nasce a Milano da Lucia Foligno – che muore quando lei ha appena un anno – e Alberto Segre. La sua famiglia è ebraica agnostica. All’alba dei regimi totalitari, l’odio razziale cresce fino alla sottoscrizione da parte di re Vittorio Emanuele III delle Leggi Razziali mussoliniane. Era il 1938.

In quell’anno, i bambini ebrei vengono espulsi dalle scuole italiane. La Segre è una di loro. Inizia a fare conoscenza con un sentimento, l’indifferenza, non suo ma altrui. La maestra, le bambine, i vicini, tutti sembrano provarla nei confronti di lei e delle condizioni in cui versano gli ebrei a causa delle Leggi. La Segre non lo dimenticherà mai.

Stazione di Milano Centrale: indifferenza

L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo. La memoria vale proprio come vaccino contro l’indifferenza.

La situazione peggiora. Nel dicembre del 1943 le persecuzioni portano Alberto Segre a fuggire con la figlia e due nipoti, tentando il rifugio in Svizzera. Ma i soldati svizzeri li bloccano e rispediscono in Italia. Qui vengono incarcerati, rimanendo a San Vittore per 40 giorni.

Il viaggio: nessuno sapeva

Binario 21 – Milanotoday (c)

La Segre uscirà di prigione soltanto nel gennaio del 1944, ma per essere portata al famoso Binario 21 della stazione di Milano Centrale. Gli altri detenuti del carcere salutano lei e i deportati dalle celle, urlando incoraggiamenti in un atto di solidarietà.

Fino a quel momento il binario era dedicato al passaggio dei treni postali. Dagli anni Quaranta, però, è il punto di partenza dei vagoni bestiame che consegnano ebrei, prigionieri politici e partigiani al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Il problema è che in Italia correvano delle voci sui connazionali fatti partire “per lavoro”, ma ancora nessuno immaginava la situazione reale.

Nel 1944, quando fummo deportati a Birkenau, ero una ragazza di quattordici anni, stupita dall’orrore e dalla cattiveria. Sprofondata nella solitudine, nel freddo e nella fame. Non capivo neanche dove mi avessero portato: nessuno allora sapeva di Auschwitz.

La Segre descrive il viaggio sul treno in fasi: la prima è quella del pianto, la seconda del surreale, delle preghiere e della tensione, la terza del silenzio, in cui qualcuno nel vagone inizia a realizzare che cosa succederà loro. La settimana su quel treno sembra non finire mai.

La neve grigia di Auschwitz

Auschwitz

Lei e gli altri scendono in una Birkenau innevata, dove li attende una prima, tremenda prova. Le SS stanno facendo una scrematura tra chi andrà subito verso le camere a gas e chi rimarrà a lavorare nel campo. La Segre viene scelta per lavorare.

Quel giorno viene separata da suo padre, che non rivede più.

Da qui, la rasatura, gli stracci da indossare al posto dei vestiti, il fazzoletto sulla testa e gli zoccoli: la Segre è diventata “il numero 75190”. Perché i nazisti non vogliono che siano persone, quelle nel campo, ma delle “cose”, un “nulla”.

Dal quel tatuaggio sul braccio inizia la sua esperienza nella sezione femminile di Birkenau. Il lavoro nella fabbrica di munizioni, la fame, i detenuti mandati nelle camere a gas, la neve grigia, il freddo, le marce accompagnate da violiniste che piangono, la competizione fra detenute, gli sputi addosso, la selezione per le docce -che lei riesce a superare 3 volte-.

Le detenute più grandi le spiegano perché la neve è grigia: è la cenere che cade.

Nell’aprile 1944 suo padre viene ucciso nello stesso campo di concentramento.

Nei campi di sterminio rimasi sola, e non rividi più mio padre. Chi è stato ad Auschwitz ha sentito per anni l’odore di carne bruciata: non te lo togli più di dosso. E poi rimani sempre quel numero.

Poi, la marcia del 1945 verso il campo di Marchow. La guerra è quasi al termine e i nazisti cercano di far saltare in aria Auschwitz prima dell’arrivo degli americani, spostando i prigionieri in altri campi.

Birkenau

Nelle “lunghe marce” morivano moltissimi detenuti, tra morsi della fame e fucilate in testa a chi cadeva a terra per sfinimento.

Quando tutto è finito

Al momento della liberazione, gli americani gettano sigarette e cioccolata a chiunque incontrino. La situazione si capovolge, i soldati tedeschi tolgono le proprie divise. V’è un momento in cui la Segre si trova vicino al comandante del campo di concentramento di Marchow, e c’è la sua pistola a terra. Abbandona la tentazione di prenderla e sparargli, perché, se lo facesse, si trasformerebbe nei mostri che hanno causato tutto questo.

Nel 1948 incontra Alfredo Belli Paci, soldato internato in Germania che riconosce il numero che Liliana Segre ha sul braccio. I due si sposeranno e avranno 3 figli e 3 nipoti.

Dal 1990 la senatrice Segre si impegna per raccontare la sua testimonianza.

Sergio Mattarella e Liliana Segre. – Il Messaggero (c)

È stata nominata senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per “altissimi meriti nel campo sociale” nel 2018, con incarichi nella commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza e per l’istruzione pubblica e beni culturali.

Quando ho conosciuto Mattarella e abbiamo parlato eravamo tutti e due con i capelli bianchi, alle spalle anche lui ha avuto un dramma che ti segna la vita, ci siamo ritrovati come un fratello e una sorella. È il presidente della Repubblica, ma io lo considero come mio fratello, come una persona che fa parte della mia famiglia. Ho letto anch’io cosa hanno scritto in rete, quando gli hanno augurato la fine di suo fratello mi son venute in mente le minacce contro di me da bambina, rispondevo al telefono e una voce mi chiedeva: perché non muori? Perché non morite? Questi cattivi sentimenti ci sono sempre stati, il web li amplifica, ma non è solo una questione di mezzi di espressione. Ci sono i tempi che consentono a queste persone di comportarsi così. C’è stato un tempo dopo la guerra, dopo l’orrore di milioni di morti, che queste parole e questi comportamenti sono sembrati sparire. Sono arrivate altre esigenze, la gente ha pensato all’arricchirsi, a farsi notare. La bellezza, il consumismo, il successo, essere qualcuno, sono diventati idoli. Poi gli idoli cadono e nel vuoto sono tornate parole antiche.

Ha ricevuto inoltre due lauree honoris causa: una in giurisprudenza (2008) e una in Scienze Pedagogiche (2010).

Veniamo al 2019

Dopo aver pensato alla vita della senatrice, fa quasi sorridere che, anni dopo la sua esperienza, esponenti di Forza Nuova sollevino degli striscioni contro di lei o che personaggi politici molto più “giovani” si paragonino a lei per poi chiarire. Non sorprenderebbe, forse, se ciò accadesse solo per strumentalizzazioni politiche.

Ma la vera novità è che il pubblico, senza alcun motivo, gente comune come noi o voi, ha iniziato a

Liliana e Alberto Segre. Memoriale della Shoah di Milano (c)

insultarla e minacciarla. Gente che a scuola è andata, che è consapevole delle giornate della memoria, sa cosa sia successo, ne ha sentito parlare per anni, piaccia o meno.

E allora qual è il problema?

Molti si sono espressi sui social media dando la colpa di questo fenomeno surreale al dimenticare la storia. Dimenticare il nazismo, le imposizioni fasciste, l’omertà e l’odio razziale. Per altri, la colpa è dell’ignoranza. Gente che non studia, a loro dire. Capre che non hanno mai aperto un libro in vita loro per documentarsi.

Credo che il problema sia un altro: pensare che quel capitolo storico sia lontano da noi. Lontanissimo. Che non ci riguardi più. Che siano cose d’altri tempi, ormai.

Questo perché abbiamo ricevuto tutti un’educazione di base, noi fortunati, nati in periodo di pace e comodamente seduti al caldo, sotto un tetto. Anche i sassi, oggi, in Italia, sanno che cosa sia l’olocausto e cosa siano le Leggi Razziali. Quindi la conoscenza dei fatti c’è. Ma non li abbiamo vissuti in alcun modo, ci sembrano cose improbabili, distanti dalla realtà di oggi. E allora molti di noi non ne sono toccati. Preferiscono farsi influenzare da ciò che offre il pensiero di massa, perché solleva dalla responsabilità di avere una testa indipendente e pensante.

La vita di certe persone oggi si riassume nell’avere una connessione internet, in un mondo intangibile e talvolta avulso dalla realtà. Si concretizza nel “tutto e subito”, nell’“usa e getta”. E dall’altra parte c’è Liliana Segre nella lunga marcia, Liliana Segre detenuta a San Vittore da bambina, che a Birkenau doveva lottare per restare in vita, con la puzza di carne bruciata nelle narici, che vedeva le SS scegliere chi mandare alle docce e chi no.

Roba che “non si ripeterà mai“, ne siamo certi, “è tutto passato“.

Ma l’odio si ridesta.