Sarà qualcosa che racconteremo ai nostri nipoti” sono le parole usate da un’amica durante una video chiamata serale, per descrivere lo strano periodo che stiamo vivendo. Ed effettivamente sì, sarà così. Non mi sarei mai immaginata di dover vivere le conseguenze della diffusione di una malattia infettiva che, nel momento in cui scrivo ha causato 5476 morti e 46638 contagi nel nostro paese. Infatti, quando mi capitava di riflettere su qualcosa di davvero grave o tragico che avrebbe potuto investire la nostra epoca, pensavo piuttosto a qualche conflitto militare, più in linea con il progresso scientifico e tecnologico che, nella mia immaginazione non medica, avrebbe sicuramente impedito lo scoppio di un’epidemia globale. E invece eccoci qua, a fronteggiare una situazione totalmente inaspettata.

Dall’inizio della quarantena, sono stata diligente: sono uscita di casa solo una volta per recarmi nella farmacia sotto casa ed una seconda per fare una corsa al parco, quando ancora era concesso allontanarsi dal proprio domicilio per più di un chilometro. Ad essere sincera, non ho ancora avuto il tempo di annoiarmi. Vivendo con i miei genitori e le mie due sorelle, non mi sono mai sentita sola. Inoltre, sono in contatto anche con i miei nonni, il mio ragazzo e i miei amici, tramite Whatsapp, Skype, Google Meet o semplici telefonate. Il lato positivo è che, mentre prima si faticava a trovare due ore per vedersi o chiamarsi, incastrando gli impegni di tutti, ora il tempo per video chiamate anche lunghe c’è, ed è bello avere qualcuno con cui condividere questo periodo.

Ho passato questi giorni ad ascoltare lezioni universitarie online, studiare per futuri esami in modalità telematica e a leggere alcuni classici della letteratura che ho sempre rimandato, come “La casa in collina” di Cesare Pavese e “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque. Come buon proposito per la quarantena, mi sono imposta di esercitarmi con il francese ogni giorno, dato che il corso che seguivo è stato sospeso.

Nonostante negli ultimi anni non sia più stata una runner molto seria, anzi, parecchio “tapasciona” per chi conosce il gergo del mezzofondo, non poter andare a correre mi manca. Tuttavia, con gli amici di allenamento, nelle ultime settimane abbiamo preso l’abitudine di connetterci a giorni alterni su Skype, all’orario consueto in cui normalmente ci allenavamo, per fare circuiti insieme. È un bel modo per fare il pieno di endorfine, scaricando la noia e la tensione accumulata durante la giornata.

In questo periodo, ho pensato spesso a quanto tutto sarebbe più difficile se non avessimo a disposizione Internet e tutte le nuove tecnologie ad esso connesse. Se il coronavirus si fosse manifestato in queste proporzioni anche solo una trentina di anni fa, il nostro morale sarebbe molto peggiore di quello odierno. Questo perché i nostri progressi accademici o scolastici non sarebbero solo rallentati, ma proprio arrestati: non esisterebbero lezioni online né esami telematici e molti di noi non si sarebbero potuti laureare a distanza. Nessuno avrebbe continuato a lavorare da casa, in smart-working, e i nostri contatti sociali sarebbero infinitamente minori senza i vari social network. Niente aperitivi, cene o circuiti su Skype. Gli unici contatti avverrebbero tramite il telefono fisso e sarebbero molto meno numerosi. Insomma, nella sfiga, riteniamoci fortunati ad essere nati negli anni “giusti”.

Certo, i lati negativi esistono e sarebbe inutile negarlo: l’incertezza per ciò che accadrà nei prossimi mesi, l’impossibilità assoluta di programmare in alcun modo la propria vita e di realizzare gli obiettivi che ci si era prefissati per questo periodo, la lontananza da amici e amori lontani e la preoccupazione per la crisi economica che attende il nostro paese al termine dell’emergenza sanitaria.

Tuttavia, credo che nei momenti di sconforto, sia sempre utile pensare a chi sta peggio di noi, come le famiglie che hanno perso i propri cari senza poter dar loro l’ultimo saluto, le persone in terapia intensiva che lottano per la propria vita, tutto il personale sanitario che sta compiendo enormi sacrifici, chi ha perso il lavoro o le tante persone vittime di violenza domestica, per cui “#iorestoacasa” non è un invito rassicurante.