Il tempo della manovra si avvicina e dentro il governo nonostante l’approvazione della nota di aggiornamento al Def non mancano tensioni. Tutt’altro che una novità, d’altronde. Questo succede quando si fanno forzatamente convivere, in una democrazia sempre più competitiva, anime politiche differenti, che fino al giorno prima si dichiaravano nemiche. La filastrocca che le opposizioni dei gialloverdi ripetevano almeno sei volte al giorno “litigano su tutto” adesso la usa Salvini. E poi si parla della solita lotta all’evasione, facile a dirsi meno che a farsi, della diminuzione delle tasse, e tornano in voga le spie russe… insomma, dalla nascita del passato “governo del cambiamento” a oggi, di diverso c’è solo la maggioranza che sostiene l’esecutivo.

E lo spread, ma quello in fin dei conti oscilla più o meno in continuazione, in un paese indebitato e schiavo della demagogia. In questo clima per nulla cambiato (dove però sembra trovare spazio la volontà di riformare la Costituzione, dando il voto ai sedicenni e riducendo il numero dei parlamentari) non possono ovviamente mancare delle costanti, prima fra tutte quella di Peppe Conte, che l’anno scorso faticava tra i due grandi leader di maggioranza mentre oggi è l’elemento (finalmente, sennò un premier che ci sta a fare) di spicco del governo, per ora apprezzato anche all’estero. Una crescita, di personalità e nei consensi, davvero incredibile. La costante negativa è invece Di Maio. A parte che io ancora mi domando cosa ci faccia agli esteri, ma vabbè… il leader dei 5s ha recentemente adottato una tecnica di copia-incolla (sotto certi aspetti) del suo vecchio partner leghista, dimostrandosi conservatore in tema di diritti e poco flessibile sul tema immigrazione. Il leader di un movimento che neanche due anni fa otteneva il 33% dei consensi, in cui molti italiani credevano, si sta scavando la fossa da solo, specie dopo l’alleanza con Zingaretti, modello che pare addirittura volersi presentare alle regionali dell’Umbria.

E Salvini? È proprio lui che merita un’analisi approfondita in questa situazione. È sotto gli occhi di tutti che, dopo una gestione degna di nota della campagna elettorale permanente, che gli ha permesso nel giro di pochi anni di trasformare un partito del 4% nel più votato alle recenti Europee, nonché in una delle maggiori forze politiche in tutto il continente in termini di consensi. Si è fatto promotore di una certa concezione della politica, interprete di milioni di persone e si è rivelato abile utilizzatore dei social. Insomma, è diventato senza alcun dubbio il politico di maggior peso in Italia. Ma nessuno (meno male in tal caso) è perfetto, motivo per cui, forte dei consensi, ha tentato il ritorno alle urne facendosi però un clamoroso autogol. Mossa davvero stupida, perché significa ignoranza politica.

Strana cosa per uno che è dagli anni novanta in quell’ambiente. Vero che i Cinquestelle hanno sempre sbandierato il loro rancore verso il sistema ed effettivamente all’alleanza Renzi – Di Maio quasi nessun elettore ci avrebbe potuto pensare, per cui si può dire che Di Maio, nell’ottica dei 5s, abbia tradito il suo movimento, col placet del mentore Grillo, che ha tradito sé stesso. Ma ciò il capitano se lo sarebbe potuto immaginare, la politica, specie quella italiana, ha le sue trame, le sue dinamiche e le sue regole. Sono leggi non scritte, che ci portiamo dalla I Repubblica, figlie a loro volta dell’idea stessa di democrazia rappresentativa.

Che vuol dire compromesso, che vuol dire sovranità del popolo, sì, ma non un suo abuso ogni qualvolta paiano esserci ribaltoni. Perché la società odierna, nella sua complessità, nella sua interconnessione con l’esterno, nella sua essenza basata su una profonda e inevitabile commistione tra economia e politica, non può permettersi di trasformarsi in un grande stadio dove ciò che si sente sono solo i cori e i fischi delle opposte fazioni. Servono anzitutto stabilità e continuità, per proporre soluzioni il più possibile coerenti e durature, tenendo sempre a mente il bene del paese, nel lungo periodo.

Ma digressioni a parte, ciò che pare spontaneo è dunque chiedersi che ne sarà del capitano. In realtà la via è una sola e non ci sono opzioni diverse sul tavolo. Anzitutto, diciamo che Matteo è tornato nel suo habitat naturale, sì, dove può sbraitare e far polemica al sicuro dallo stress e dalla fatica dell’attività di governo, che si sa, è sempre causa di perdita del consenso. Perché le finanze sono quelle e giocoforza non puoi proprio fare come ti pare. Forse anche per questo il capitano ha mollato: nella sua testa, oltre che capitalizzare i voti, c’era magari la paura delle imposizioni di Bruxelles e dei giudizi delle società di rating, che alla fine vincono sempre negli stati indebitati.

Perché i mercati seguono loro, non i sovranisti. Cosa avrebbe detto Matteo agli italiani dopo esser uscito sconfitto dal braccio di ferro, magari con una manovra a metà, oppure (ancora peggio) dopo l’acuirsi della recessione per via delle sue poco calcolate politiche? Lui ora si limiterà ad aspettare, a guardare cosa faranno soprattutto i 5s, che sono il vero ago della bilancia nella politica attuale, dal momento che ove questa forza dovesse estinguersi (difficile immaginarsi che con Di Maio possano avere vita ancora lunga) l’unica via sarebbe il ritorno al bipolarismo tra una sinistra liberale e poco sociale e una destra sempre più conservatrice.

Se si osserva la situazione dal punto di  vista internazionale, non è difficile capire che Salvini ha perso davvero molto in termini di peso e di credibilità: doveva scardinare l’Europa, doveva dar vita all’asse sovranista transatlantica ma ciò che gli resta adesso è solo la mancanza di interlocutori. Nelle relazioni politiche globali le idee sono solo una copertura, si è amici finché torna utile reciprocamente. Gli endorsement di Trump e Bolsonaro ovviamente non erano dettati da stima genuina, ma da semplici ragioni di equilibri geopolitici, dal momento che al primo basta avere un partner fedele dal punto di vista militare e al secondo dal punto di vista di sostegno allo sviluppo. Neanche Putin sembra poter trarre più alcun vantaggio dal capitano, ora che a Bruxelles nessuno lo prende più sul serio.

Si sa, ogni potenza pensa anzitutto ai propri interessi, il resto non conta. Isolato all’esterno, a livello interno Matteo sa bene che il potere logora chi lo detiene (Andreotti c’è da dire non è più attuale), motivo per cui può solo sperare in un maggioritario, ma è tutto da vedere, per andare eventualmente al governo con una solida maggioranza che regga per un’intera legislatura. Ragionando al ribasso e forse più realisticamente, l’unica cosa cui può ambire è andare a elezioni anticipate (ovviamente dopo la manovra) formando così un esecutivo con Berlusconi e Meloni, che dovrebbe poter contare su una maggioranza abbastanza ampia e se non altro compatta, dato che difficilmente i due alleati gli metterebbero i bastoni tra le ruote, con la leader di FdI in lizza per un ministero di gran peso e Berlusconi, perché no, in corsa per il Quirinale. Queste ora come ora possono essere le sole mire di Salvini, che spera di godersi il suo inevitabile tramonto (perché gli italiani non sono stupidi come alcuni, dall’alto della loro presunta superiorità intellettuale pensano, e prima o poi toccherà anche al capitano una bella batosta) da Palazzo Chigi e magari con un amico al Colle.