Dare voce alla complessità dell’atto di progettare si svincola dalla tendenza di aggiungere elementi carichi di contenuto. Per bisogni complessi, risposte semplici. Sulla scorta della cultura minimalista del progetto, diffusasi a partire dai principi di riduzione applicati da Mies van der Rohe all’architettura, segue che la forma si modella su richiesta della funzione.

Nel momento in cui il progetto riesce a svincolarsi dalla ridondanza, si propone limpido nella sua struttura, si spoglia dalle ambiguità e si manifesta così com’è, favorendo lo sviluppo di un elemento invisibile, una connessione che mantiene alta la tensione tra l’oggetto e chi interagisce con esso. L’insieme degli output che l’oggetto manda e degli input che l’osservatore riceve, genera un coacervo di partecipazione ed empatia, sempre.

Nel caso in cui, invece, la complessità dei bisogni si incontra con la complessità della forma, non c’è più la necessità di interagire: l’oggetto è completo e si racchiude nel suo stesso involucro.

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L’idea di Oki Sato

Oki Sato, designer giapponese, fondatore dello Studio Nendo, ha realizzato per la Daikin, multinazionale nipponica leader mondiale nei sistemi di climatizzazione, Breeze of Light. Euno spazio che si sottrae al marchio e ai suoi prodotti di punta, nel quale il progettista cerca di creare una sensazione. La brezza che muove 17.000 pellicole polarizzate a forma di fiore è ottenuta giocando con i movimenti dei faretti. Le ombre dei fiori si spostano lentamente e sono in grado di restituire un’ambientazione in cui è possibile visualizzare l’aria.

Nel lavoro di Oki Sato si può scorgere come la complessità venga risolta in soluzioni semplici, tramite un dosaggio attento tra le relazioni degli elementi. Riesce, senza incorrere in fraintendimenti, a stimolare un rapporto di reciproco interscambio tra lo spazio e chi lo visita.

In egual misura, ciò avviene nella Basilica di Siponto, opera del giovane artista Edoardo Tresoldi. La struttura permanente è un racconto tra rovine, paesaggio e luce e la sua trasparenza lascia penetrare lo sguardo dell’osservatore che può così scorgere tutto ciò che c’è alle sue spalle. Un’architettura che non genera barriere, ma che si racconta negli snodi, nelle trasparenze e nelle prospettive inedite, tutti frutti di un’abile gestione della rete metallica.

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Dai casi citati in precedenza, emerge come la discriminante della qualità del progetto stia nella riduzione di elementi semplici, capaci di generare una forte carica espressiva nel modo in cui si relazionano.
Ma è adeguato concepire la riduzione come mezzo assoluto della qualità dei progetti? Quali sono i rischi di un’eccessiva tendenza alla semplificazione?

Emotional Design

In Emotional Design, l’autore, Donald Norman, si smentisce rispetto alle pubblicazioni precedenti. Afferma che l’esito positivo di un oggetto non è unicamente indagabile nella relazione tra forma e funzione. C’è sempre una dimensione sentimentale nella quale l’oggetto si rifugia, una componente umana che non si traduce nella perfezione della forma, ma che può colmare tutti i suoi difetti.

Il pensiero di Norman funge, quindi, da spunto per osservare come la tendenza a sottrarre l’oggetto dalle sue peculiarità dia vita a una generazione di prodotti che, nel tentativo di democratizzarsi, rischiano di incorrere nell’anonimato.

Gianluca Capozzo, Giovanni Cimino