I curdi e noi

Per Rojava s’intende la zona nord-est della Siria, il cosiddetto Kurdistan siriano, regione autonoma di fatto ma non secondo la carta. Come se una dichiarazione, un atto, le leggi internazionali o qualsiasi altro tipo di accordo, documento o pezzo di carta firmato e depositato chissà dove potesse valere qualcosa qui, adesso.

Dopo lo scoppio della primavera araba nel 2011 la zona curda della Siria si è impegnata con ogni mezzo per essere riconosciuta come autonoma e fondare il tanto atteso e promesso Kurdistan: uno stato che comprende parte di Siria, Turchia, Iran e Iraq dove vive di fatto un popolo con una propria tradizione, cultura, storia e lingua. Rojava in curdo significa Occidente.

Ed è qui che risiede una comicità cinica. Questa comunità è riuscita nel pieno di una guerra a riunire popoli diversi (nella zona sono presenti infatti minoranze cristiane, ebrei, arabi, armeni, turchi e tanti altri ancora) ispirandosi all’Occidente radicando i propri valori nella democrazia, nel femminismo e nell’ambientalismo. Ma l’Occidente li ha traditi. Una prima volta con l’abbandono da parte dei militari statunitensi e la seconda con il silenzio assordante della ricca e democratica Europa, che parla tanto ma agisce poco.

Questi due fatti rappresentano un vero e proprio abbandono che ha portato e sta portando ancora oggi, all’uccisione di centinaia di civili da parte della Turchia, del dittatore Erdogan che senza nessun timore afferma pubblicamente “Spaccherò le teste dei curdi”. I curdi sono sempre stati in prima linea, difendendo il loro territorio e i loro valori, nella lotta allo stato islamico (ISIS) responsabile delle decine di attacchi che hanno ferito profondamente l’Unione Europea in particolare.

L’organizzazione dei curdi

Ma la cosa più sorprendente di questo popolo è la sua organizzazione, soprattutto militare (chiariamoci, in guerra nessuno è santo). Il femminismo che noi tanto predichiamo a parole, nel Rojava è stato messo in pratica: tutti i partiti, le milizie e le organizzazioni curde in generale fanno sempre capo a due vertici, un uomo e una donna. E se questa logica così chiara ed equilibrata sembra utopistica a noi occidentali, figuriamoci come può essere vista da popoli che vengono dalla “recente” caduta di un impero e da un forte legame fondamentalista con la religione islamica.

L’omicidio brutale di Hevrin Khalaf ne è una dimostrazione. Se una leader europea, a prescindere dal suo colore politico, fosse violentata, crivellata di colpi d’arma da fuoco e trascinata dai capelli per kilometri fino a rendere il suo corpo irriconoscibile, ogni canale tv di questo mondo non parlerebbe d’altro -ovviamente-. Perché le cose cambiano quando la protagonista è una donna mediorientale? Una donna che ha vissuto a due ore di aereo da noi battendosi per una sana democrazia e per la parità di diritti di genere. Com’è possibile che nel momento in cui si minaccia il genocidio (perché di questo si tratta) di una comunità di centinaia di migliaia di persone di etnie diverse che si fonda sui nostri stessi valori fondamentali noi rimaniamo in silenzio?