Fra i lavoratori della X-Site, compagnia petrolifera, viene distribuito un adesivo in cui è rappresentato qualcuno nell’atto di stuprare Greta Thunberg.

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Nell’immagine – perdonate la bassa qualità, ma è l’unica che siamo riusciti a reperire – non si vede chiaramente che si tratta della ragazza svedese, simbolo della lotta contro il cambiamento climatico. Si tratta semplicemente del corpo di una giovane, con le trecce – pettinatura tipica di Greta Thunberg – di schiena, nell’atto di avere un rapporto sessuale.

A chiarire le intenzioni, è la scritta, in corsivo: Greta. L’immagine, nel complesso, dice: stuprare Greta Thunberg. La deduzione non sembra azzardata. Anche perché dubitiamo che Greta possa prestarsi a un rapporto consensuale con qualcuno che utilizza il suo corpo per combattere le sue idee in favore del clima.

Questa pubblicità, chiaramente realizzata da un uomo, e chiaramente in un’azienda dove la componente maschile è la maggioranza – come fosse un caso raro – non è altro che l’ennesima prova di ciò che l’uomo medio pensa di una donna. La donna è un oggetto. Un oggetto che deve restare tranquillo. Se questo oggetto alza la testa, se si ribella al sistema, se evita di essere casa-chiesa-famiglia, va stuprata. O picchiata. O uccisa.  “L’ha uccisa perché l’amava troppo”. No, l’ha uccisa perché lei non ha voluto chinare la testa davanti ai suoi soprusi. E questo lo rende più grave del semplice omicidio.

Quando mai gli uomini smetteranno di usare il corpo femminile come mezzo di risposta a chi la pensa diversamente da loro? Smetteremo mai di abusare della maggiore forza fisica donata dalla natura?

Verrebbe logico pensare che un homo sapiens sia in grado di replicare con la parola alle idee di una ragazza di 17 anni. Invece no. L’homo petroliferus sa dire solo questo: stuprare Greta Thunberg.