L’uccisione del generale Qassem Soleimani del 2 Gennaio scorso rappresenta una vera e propria miccia per il conflitto tra USA e Iran. Il rapporto tra queste due nazioni è teso da diversi anni e la rottura degli accordi diplomatici stipulati nell’era Obama da parte di Trump ha innalzato notevolmente il rischio di un conflitto armato, apparso inevitabile a seguito di quanto accaduto.

Ma chi era davvero Qassem Soleimani?

In questi giorni nei giornali, a seconda degli schieramenti pro o contro Trump, leggiamo come il generale ucciso dal raid aereo americano incarni allo stesso tempo l’anima di un “pericoloso terrorista” e quella di un “martire della guerra contro l’Isis”. La verità come sempre sta nel mezzo.

Possiamo però affermare che il mondo non ha perso un santo. Soleimani era l’uomo più potente di tutto il Medioriente, il numero due dell’Iran, venerato come un semidio, ma definito da uomini a lui vicino come “malvagio”. Soleimani era un generale e in guerra nessuno si può salvare. È vero che fu uno dei principali promotori della lotta contro l’Isis ma è anche vero che combatté per tenere in piedi regimi dittatoriali quale quello siriano di Bashar Al-Assad.

L’ordine

L’ordine per l’uccisione di quello che Trump definisce “un pericoloso terrorista che stava progettando diversi attacchi alle ambasciate USA” presenti nell’area è arrivato direttamente dal presidente americano, senza passare per alcun tipo di organo di governo, come d’altronde è permesso dalla costituzione a stelle e strisce.

Se però ci soffermiamo a guardare quello che è il contesto storico che gravita attorno al Medioriente e i rapporti di quest’ultimo con l’Occidente, non ci è difficile capire che ciò che è accaduto era sicuramente evitabile, ma non imprevedibile.

La situazione in Iran

L’Iran persegue infatti da tempo l’obiettivo di affermare la propria egemonia nel Medioriente. Forte dell’alleanza con l’Iraq ma intensamente ostacolato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nell’area: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Israele (della quale l’Iran chiede la distruzione). Dopo il -quasi- ritiro dall’accordo sul nucleare (JCPOA) da parte di Teheran e il suo attacco all’ambasciata di Baghdad (la più grande e imponente ambasciata americana al mondo), una risposta era quasi d’obbligo da parte di quella che comunque rimane la prima potenza mondiale.

Ogni azione comporta però delle conseguenze. Specialmente una come quella presa dalla Casa Bianca ormai più di due settimane fa che, secondo numerosi esperti, potrebbe portare a un’escalation di violenza in un territorio già devastato da guerre incessanti. Nonostante le minacce che rimbalzano da Washington a Teheran e l’hashtag #WWIII (World War III, ovvero Terza Guerra Mondiale) che imperversa sui social, nessuno vuole una guerra.

Il ruolo dell’UE

In queste situazioni è inoltre difficile capire come possano agire gli altri Stati, come quelli UE, a parte invocare al dialogo e alla diplomazia. Ciò che però spesso si sottovaluta è il potere delle masse, la più potente delle armi è infatti il singolo cittadino, capace di poter davvero cambiare qualcosa o quantomeno mandare un messaggio. In USA in migliaia sono scesi in piazza per manifestare contro la guerra invocando la pace, un tema che non passa e non dovrebbe mai passare di moda.

In Italia questo purtroppo non è successo. È vero che il nostro paese per Costituzione ripudia la guerra e non è interessato in questo conflitto (nonostante i nostri soldati siano comunque presenti sul posto, circa una sessantina in Iraq), ma ci si sarebbe aspettati una risposta -o comunque una posizione a riguardo- dai nuovi movimenti che si dichiarano pacifisti e difensori della costituzione, come quello delle sardine.

Vista quindi la nostra totale passività su ciò che accade nel resto del mondo, l’unica cosa che ci resta da fare è sperare e pregare (sempre che serva a qualcosa) che torni la pace.