Abbiamo tutti sentito parlare delle stampe di Hokusai, e forse abbiamo anche tenuto una foto della Grande Onda come sfondo per un po’, ma siamo mai riusciti a capire perché è cosi bella da vedere? Per poter capire i valori dell’arte Ukiyo-e, ci serve un poco di storia, e presto sapremo come hanno fatto i giapponesi del milleottocento a diventare maestri delle immagini aesthetically pleasing.

Un paese antico come il Giappone ha una storia lunga e complessa, ed è anche grazie ad essa che nasce l’arte Ukiyo-e. Gli artisti nipponici seppero trarre il massimo beneficio dalle restrizioni culturali e commerciali imposte all’arte, trasformando un oggetto comune e da pochi soldi come una stampa xilografica in un pezzo d’arte capace di catturare la grandezza della natura e allo stesso tempo la sua essenza. Partendo dai caotici mercati cittadini e passando per le nobili geishe comprenderanno alla fine come cogliere i segreti più intimi delle loro terre e del loro mondo fluttuante.

Nel XVII secolo, gli shogun, ossia i dittatori militari del Giappone dal milleseicento a metà del milleottocento, del clan Tokugawa instaurarono, dopo secoli di guerre civili, un lungo periodo di pace. Accentrarono il loro potere a Edo, l’odierna Tokyo, dando così il nome al periodo storico in cui operarono, il periodo Edo, e nel corso di duecentocinquant’anni rivoluzionarono il Giappone, superando il sistema feudale ed arrivando ad un regime autarchico che consentiva, pur in misura ristretta, l’economia mercantile. Grazie al loro rimodernamento dell’economia, le città si ingrandirono e nacque una nuova classe sociale, inserendo un anello nel sistema di caste nipponico: tra i mercanti, al livello più basso, e i nobili e i samurai, al livello più alto, c’era ora un ceto borghese, che non solo possedeva l’educazione per poter produrre e apprezzare l’arte, ma anche il denaro per acquistarla.

Fu proprio in quel periodo, infatti, che nacque l’Ukiyo-e, una tecnica di stampa xilografica: il nome ukiyo si traduce con “immagini del mondo fluttuante”. Non è un caso: infatti per almeno il primo secolo di produzione si ritraevano soltanto scene di vita quotidiana nelle città, come donne eleganti, banchetti, mercati e addirittura scene erotiche (che furono successivamente messe al bando, ma che comunque rimangono tra le più antiche illustrazioni pornografiche al mondo). Nella cultura Buddhista, che al tempo stava al Giappone come la chiesa cattolica stava all’Italia, l’arte Ukiyo-e rifletteva un’epoca in cui era facile lasciarsi andare ai mille piaceri del mondo, senza dare valore al resto, e in cui quindi si viveva in un “mondo fluttuante”, appunto perché fatto di beni terreni ed effimeri, a cui non bisognava legarsi e da cui invece bisognava fuggire.

Sebbene le nuove città dessero sfogo alla loro voglia di svago e libertà, il governo Tokugawa rimase intollerante a qualunque tipo di esagerazione: addirittura, dopo la pubblicazione di una stampa con settantadue sfumature di colore emanò una legge che che limitava l’uso dei colori ad otto per tavola, e non di più. È anche grazie a questa legge, però, che gli artisti iniziarono a lavorare a grandi stampe, tra cui la Grande Onda di Hokusai, utilizzando l’essenzialità cromatica in modo così sofisticato.

Nel primo secolo e mezzo di produzione i soggetti erano quasi esclusivamente umani, rendendo l’Ukiyo-e una sorta di espressione del rinnovato interesse per l’uomo e il progresso. Poi, due grandi maestri, Hokusai e Hiroshige riportarono in auge i valori Buddhisti, non dimenticati, secondo i quali la natura è sacra e predomina sull’uomo.

Secondo i critici giapponesi, la fonte del superamento della rappresentazione della figura umana nasce dalla filosofia non antropocentrica del Buddhismo e dal principio estetico che vuole evitare le ripetizioni: “Questo spiega come i paesaggi, gli uccelli e i fiori divennero i soggetti preferiti della pittura giapponese, a scapito della figura umana che è già presente nella persona di chi osserva. Noi uomini ci mettiamo fin troppo in evidenza e, nonostante tutta la vanità dell’essere umano, prendere sempre in esame noi stessi diventa con il trascorrere del tempo qualcosa di estremamente monotono” dice il critico d’arte Okakura Kakuzō nel suo “Libro del Tè”.

Così, dapprima Hokusai, e poi il suo contemporaneo Hiroshige, iniziano a viaggiare per il paese, in cerca delle viste più suggestive per riprodurle in serie di stampe su legno di ciliegio. Sono celebri le collezioni “Cascate Famose in Varie Provincie” e “Trentasei Vedute del Monte Fuji” di Katsushika Hokusai, in cui il maestro si dedicò a ritrarre l’importanza e la bellezza della natura.

La più famosa, tra tutte, è “La grande onda presso la costa di Kanagawa” della serie “Trentasei Vedute del Monte Fuji”. Viene da sé che la protagonista non è l’onda, bensì il monte sacro, raffigurato piccolo e in lontananza, sotto la punta dell’onda. Anch’essi piccoli e insignificanti, dei marinai navigano nel mare burrascoso, e stanno per essere travolti dalla grande onda,  congelata nel suo punto più alto, dalla spuma a forma di artigli, quasi vivi: il senso è che noi siamo piccoli, e la natura è gigantesca. Insomma, Hokusai ha rappresentato la sensazione di sublime. Non è un caso che James Turner fosse un appassionato di stampe giapponesi.

Un interessante dettaglio è la firma del maestro Hokusai nelle sue stampe: ha usato circa una trentina di nomi diversi per firmarsi. Sulla stampa della Grande Onda scrive “Hokusai aratame litsu hitsu” che si traduce con “dal pennello di litsu, in passato Hokusai”. In molte opere si firma invece “Gakyojin Hokusai”, letteralmente “Hokusai pazzo per il disegno”. Pochi sanno che pubblicò anche un manga, nel 1814 (sì, esistevano già; no, non era una cosa trash) che firmò col nome di Shunro.

Di lì a breve, le stampe persero il loro valore di corredo decorativo e iniziarono ad assumere una valenza propria come forma d’arte: presto, molti giovani artisti iniziarono a seguire i maestri durante i loro viaggi per imparare i segreti dell’Ukyo-e: disegnare l’acqua, ad esempio, era una pratica antichissima già allora (lo stesso Hokusai si era ispirato alle “Onde Rozze” di Ogata Kourin), ma non era, e non è, affatto facile. Si dice che i maestri facessero sedere gli allievi di fronte a una cascata e gliela facessero ascoltare per ore, a volte giorni: poi, gli allievi avrebbero dovuto disegnare l’acqua in caduta a memoria, senza più guardare, ritraendo soltanto ciò che avevano sentito.

L’obiettivo infatti era quello di cogliere l’essenza dell’acqua, o di qualunque altro soggetto: con pochissime linee i maestri erano in grado di ritrarre alla perfezione una cascata, una geisha, un pesco in fiore. La sintesi dello stile fu anche parte del motivo per cui le stampe Ukiyo-e divennero così popolari: i contorni spessi, le poche linee pulite, i colori piatti e sintetici che arrivavano dalla stilizzazione di soggetti reali spogliati di tutto se non delle loro forme essenziali catturarono l’attenzione dell’occidente.

Nel 1868, in seguito alla Restaurazione Meiji, il Giappone apriva per la prima volta le porte al mondo Occidentale: tra le importazioni c’erano la fotografia, nuove tecniche di stampa e nuovi colori sintetici all’anilina, come il blu di Prussia usato nella Grande Onda, che rimpiazzarono i pigmenti naturali derivati delle piante usati fino a quel momento. Le stampe arrivarono in Europa, dove ispirarono e condizionarono innumerevoli artisti, tra cui Degas, Monèt, Klimt, Van Gogh e molti altri, dando vita alla corrente del Giapponismo. Così, la vita de “La grande onda presso la costa di Kanagawa” si allungò ancora, così come quella delle altre stampe più famose, che tutt’ora sono immagini cult che ci vengono ripresentate ogni tot in veste diversa.

Io credo che nessuna corrente o movimento sia ancora riuscito a fare quello che facevano i maestri giapponesi del periodo Edo: la sintesi e l’eleganza, il tratto e la chiarezza, il colore! L’arte Ukiyo-e è allo stesso momento persa e senza tempo, ed è per questo che sarà sempre apprezzabile.