Autore: Mercè Rodoreda

Opera: La piazza del diamante (titolo originale catalano: La plaça del Diamant)

Anno: 1962

Traduzione: Giuseppe Tavani

“Lavoravo accecata (…), facendo in modo che, nonostante la fretta con cui scrivevo, il cavallo non mi sfuggisse di mano, afferrando bene le redini affinché non deviasse dal cammino. (…) Fu un periodo di grande tensione nervosa, che mi lasciò mezza ammalata”, rivelò Mercè Rodoreda (1908-1983) a proposito del suo capolavoro, scritto in esilio a Ginevra. Garcia Marquez lo definì “il romanzo più bello che sia stato pubblicato in Spagna dopo la guerra civile”, e nel 1982 Francesc Betriu ne trasse un film.

Non va mai sopravvalutato il ruolo della trama. Il romanziere consegue un risultato di alto livello solo se riesce a essere avvincente senza puntare tutto sulla semplice concatenazione dei fatti. Ora, con il testo della Rodoreda siamo di fronte a una piena riuscita artistica.

Natalia, l’io narrante, giovane orfana di madre, durante una festa a Barcellona incontra il brillante, dispotico Quimet. Presto ne diviene la moglie. Da lui chiamata Colombella, vive perfino l’angoscia della guerra civile con un’accorata tenerezza. Ma come potrebbe comprendere a fondo quegli eventi nelle loro implicazioni? La Rodoreda tratteggia alla perfezione l’articolato carattere di Natalia-Colombella. Lo fa ricorrendo a una scrittura qualche volta così semplice e immaginosa da tradursi in un tono fiabesco (“Tutte le luci erano azzurre. Sembrava il paese delle fate ed era bello”, è lo straniante incipit del cap. XXXI). Resta però il fatto che quelli sono giorni apocalittici.

La Grande Storia si impone anche su chi ne vorrebbe rimanere fuori, e con quale devastante forza d’urto! Non solo la protagonista, ma anche i comprimari e le comparse finiscono senza eccezioni nel gorgo della guerra, un buco nero che assorbe e trasforma le loro vite, quando non le spegne. “Giovani e vecchi, tutti in guerra, e la guerra li succhiava e li faceva morire”, ricorderà Colombella, gettando lo sguardo nel “grande pozzo della pena”. Alla fine di un’oscura parabola, tutta quella morte, corrompendo tutte le fibre dell’esistenza quotidiana, sarà giunta a colonizzare anche le anime dei vivi: “vivevano”, annoterà la Rodoreda, “come se li avessero ammazzati”.

Il problema-chiave che la scrittrice affrontò nello stendere il testo fu senza dubbio l’armonizzazione fra l’epopea di una realtà umana collettiva e la microstoria. Con esiti altissimi: al pari di un’immagine che rimanga ben visibile, ma si trasfiguri attraverso l’acqua, così la dialettica degli accadimenti di pagina in pagina prende forma al di là, ma anche dentro le piccole rivoluzioni private, le vittorie e le sconfitte personali. Non sono loro, impercettibilmente, a generare le metamorfosi più profonde?

Sulla falsariga di Agostino, o Bergson, per l’autrice è un tempo invisibile quello che, leggiamo in una pagina illuminante, “ci impasta”, come se la Grande Storia non fosse che il corrispettivo esteriore, in sé inevitabile, dell’eterno gioco di passioni in cui tutti uomini rimangono invischiati. Tanto che Colombetta dirà di essersi fatta “di sughero”: capace, per sopravvivere, di stringersi per passare in mezzo alla disperazione; ma anche, osserverà poi con amarezza, “una povera cosa qualsiasi” di fronte all’opprimente maestà dell’Orrore, allo svanire della felicità e della libertà. Nella scena dei colombi che se ne vanno, tutto questo è magistralmente simboleggiato, mentre i cipressi ondeggiano “senza sosta, dondolandosi come ombre di tanti morti accalcati insieme”.

 

Daniele Rocca